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13/12/19 ore

POESÌ di Rino Mele. Rivoluzione dell’Abate Gian Francesco Conforti



La devastata desolazione politica in cui viviamo, l’assenza di dignità e di sensi di colpa, ci costringe a rivolgersi alle grandi figure della storia, incapaci di prenderne esempio ma almeno di avere nostalgia della loro forza morale. Questi miei versi scritti alla fine del 2017, dedicati all’Abate Gian Francesco Conforti, teologo e storico, razionale interprete della Repubblica Napoletana del 1799, non sono stati mai pubblicati in un libro ma, per volontà del sindaco Francesco Gismondi, gigantografati e posti il 1 gennaio 2018, su un grande muro all’ingresso di Calvanico, il paese in cui Gian Francesco Conforti era nato il 7 gennaio 1743.

 

 

 

 

 

 

 

                               POESÌ di Rino Mele

 

 

 

Rivoluzione dell’Abate Gian Francesco Conforti

                                            

Nessuno può capire l'umiliazione di un corpo

in attesa di sottometterlo

al capestro. A Napoli era così freddo quel sabato, il 7 dicembre

1799, in cui fu impiccato, tenuto fermo da mani ostili - e quella corda

che non conosceva - ripensò (un attimo) a Monte San Michele a Calvanico,

respinse il drago, sentì il santo che lo pigliava

con sé, la plebe gridava ingiurie come avesse una sola voce.

Piangeva fermo tra le sue pietre.

Qualche ora prima d'essere impiccato, pubblicamente fu dissacrato,

sconsacrato, violato nella sua anima, in una cappella

disadorna, il Cristo piagato tolto dalla parete e avvicinato al suo volto poi

riposto in alto, il vescovo di Acerno gridava l'anatema

in un latino scomposto,

gli veniva stracciata di dosso la veste bianca, la cotta che appena gli avevano

posto, gli sembrò che qualcuno mettesse nella sua bocca

una pagina del suo breviario, piegata come un'ostia o l'ala di un colombo.

Ricordò un passo di Geremia “Quia ascendit mors

per fenestras nostras”, ma la voce era ferita, gli tolsero un tessuto di lino che

stringeva tra le dita,

continuamente spinto a un movimento sghembo

cui non si opponeva, lui pensava l'angelo che consolava Cristo

sulla croce. Saliva verso i monti Mai,

un chierico glie lo impediva, un altro lo aiutava, era il suo piccolo Calvario in

quella stanza gremita,

la cappella del Duomo dove subiva (i canti

non finivano mai) la dissacrazione. Ora il suo corpo era pronto per la morte

sulla piazza del Mercato: si sentiva indifeso con quelle brache nere, la

camicia stretta sul petto, scalzo, salì sui rami di un castagno

della memoria, avrebbe voluto sottrarsi al tumulto, stare in alto per guardare

in silenzio

il ludibrio di quell'infinita frantumazione.

Il cielo era un grande foglio su cui ora scorgeva

i segni dell'estrema ragione, i passaggi logici della sua teologia dogmatica

nella certezza dei numeri, "secondo un modello matematico".

Chiuse gli occhi, li riaprì, non avrebbe conosciuto l'istante successivo, la

divina intermittenza dell'essere.

 


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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

  

 

 

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