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21/11/19 ore

POESÌ di Rino Mele. Dafne e Apollo (Ovidio, Le metamorfosi, libro primo, 452-556)



È la mia traduzione, di queste ore, di cento versi del Libro I delle Metamorfosidi Ovidio, vv. 452-556. Un poema terribile che guarda con occhi mai stanchi l’enigma delle cose e che, alla fine, nel Libro XV affida a Pitagora di rappresentare il molto affanno in cui perdiamo il nostro volto. Ovidio terminò di scriverlo nell’8 d.C. l’anno in cui la sua vita si spezza, si trasforma. Condannato da Augusto all’esilio di Tomi, sul Mar Nero, l’anno successivo lasciò Roma, e morì lontano da se stesso. 

 

 

 

 

                      POESÌ di Rino Mele

 

 

Dafne e Apollo (Ovidio, Le metamorfosi, Libro I vv.452-556)

 

Non aveva Febo amato nessuna prima di Dafne, figlia del fiume Peneo, e non fu il caso a generare quest'amore ma la crudele vendetta di Cupido.
Superbo per aver da poco vinto l'immane serpente, il dio degli oracoli nel vedere il giovine divino Cupido forzare le corna dell'arco per tendervi la corda, gli aveva sorriso: "Ma che fai, lascivo fanciullo, con queste armi possenti?" e aveva aggiunto: "Sono armi adatte alle spalle di chi sa colpire con certezza le fiere, aprire ferite nei corpi nemici e, come me, ha appena distrutto un serpente spaventoso e gonfio che premeva la sua peste lungo infinite colline". Incrudelendo lo irride: "Tu, con la tua fiaccola, bada a non so che amori, ma non pensare di competere con la mia gloria. 

A Febo il figlio di Venere subito risponde: "Trafigga il tuo arco l’intero universo, a trafiggerti sarà il mio e, quanto è la distanza tra gli uomini, gli animali, i viventi e un dio, tanto è l'abisso che ci divide".
Sbatte le ali in fretta, rompe l'aria di vetro, raggiunge

con agile volo

la cima del Parnaso, sceglie l'ombra, dalla faretra colmaestrae

due frecce di opposta virtù, la prima

fugge l'amore,

l'altra insegue il desiderio che crea, questa è d'oro, e la sua punta

manda lampi di luce

mentre quella

che s'oppone all’arsura d’amore

è schiacciata, e la canna è pesante come piombo. Proprio questa

il giovane dio

confisse nella carne della ninfa, figlia di Peneo, mentre con l'altra

entrò nel midollo di Apollo dopo avergli spezzato le ossa.

Fu un attimo, lui già annega nel desiderio,

lei nemmeno il suono della parola "amore" vuole udire

mentre si strugge di piacere per le tenebre

delle selve

e dei corpi inerti degli animali catturati, e sente 

di somigliare a Febe-Diana mai sottoposta alle nozze:

come lei, senza legge,un semplice nastro raccoglie i suoi capelli.

 

(477-489)

 

Febo appena vista la desidera e già delira

il suo desiderio (ma il dio degli oracoli s'inganna). Come lievi gli steli

delle stoppie ardono quando il grano è mietuto,

come le siepi prendono fuoco

se uno camminando v'accosti o lanci lontano una torcia,

quando il mattino inonda della sua luce, così il dio

s'incendia, brucia il suo petto,

e già gli sembra di vivere quello che è solo desiderio.

 

(508-526)

 

Anche mentre fugge spaventata, Dafne lascia stupiti

per la sua bellezza,

sembrava il vento denudarla, i soffi improvvisi risuonavano 

sulle vesti che si opponevano e, tremando, l'aria le apre i capelli

e li spande: è più struggente la sua bellezza

nella fuga.

Il giovane dio non si perde in altri inganni di parole e, come lo spinge

il desiderio,

la insegue precipitando i propri passi nei suoi.

Come in un campo vuoto un cane di Gallia vede

all'improvviso una lepre, e questa

cerca scampo e salvezza, quello la preda, 

e le zampe volano impazzite, il muso sembra allungarsi nella presa

ed essa ignora se è stata già presa e in quell'incertezza delira,

si sottrae ai morsi, alla bocca che già la prende.

Così il dio e la vergine urtano lo stesso precipizio, lui per desiderio,

lei per paura. Spinto dalla forza d'amore,

lui che insegue è più veloce, le nega qualsiasi pausa, le è sopra,

alle spalle, e il suo fiato le apre i capelli sulla nuca.

Perdute le forze, sbiancò stremata dalla fatica di quella corsa

senza uscite e, come avesse davanti agli occhi le acque del fiume

Peneo grida: "Padre, se voi fiumi, che siete sacri,

avete questo potere, trasforma il mio corpo per il quale - troppo

piacendo - sono diventata preda".

Un torpore assonna subito le sue membra, i teneri seni

sono stretti da una lieve scorza, foglie i suoi capelli, le braccia si stirano

e già sono rami, i piedi tanto veloci ora sognano

in lente radici, il volto s'adombra svanendo nel verde più alto, di lei

rimane la luce.

Anche così, Febo ne è preso, tocca quel tronco e sente 

il cuore che batte sotto la tenera novella corteccia,

tirandoli a sé abbraccia i rami, come fossero braccia e quel legno bacia, ma l'albero ancora gli sfugge.

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

  

 

 

 

 

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