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18/09/19 ore

POESÌ di Rino Mele. Noi rimasti a penare



Sulla nostra paura di ciò che viene dai luoghi scuri dei morti, residuo di antichissime credenze devastanti che i nostri sensi di colpa amplificano, Freud, in Totem e tabù(1913) cita una proposizione di Rudolf Kleinpaul: “I morti uccidono”. Nei quaranta versi di questa settimana, scritti per Agenzia Radicale, ho voluto rappresentare la nostra totale appartenenza al mondo degli scomparsi, e di essi al nostro, l’assenza di un ragionevole confine.

 

Il riferimento a Magritte evoca una sua opera del 1953, "Golconda", in cui una serie infinita di uomini vestiti di scuro, con cappotto e bombetta neri, sembra - come una pioggia - scendere dall'alto o risalire, occupando tutta la superficie del quadro. Sullo sfondo, alcuni palazzi che potrebbero essere quelli di un sobborgo di Bruxelles.

 

Infine, l’immagine della trottola cui - attraverso uno spago che velocemente si srotola - il ragazzo che gioca imprime una sorprendente velocità. In molti paesi del Sud è lo “strummolo”.


 

 

 

POESÌ di Rino Mele

 

 

Noi rimasti a penare

 

Siamo vivi solo da morti, nel pensiero di chi ci ama

o non riesce a dimenticare

questo nostro volto disuguale, il parlare nell'inciampare ostile del

discorso, l'arrestarsi improvviso

di un difficile pensare. Ma più spesso, dimenticandoli, uccidiamo 

i morti

e, come nel gioco

di due trapezisti rivali,

siamo uccisi da coloro che non ci sono più e pensiamo stiano ancora a

pensare

al male

che ci siamo scambiati un giorno, la mano

nella mano distorta, lo sguardo rivolto indietro.

Come nella pioggia di uomini disegnati da Magritte, siamo tutti sospesi

(non si sa

chi scende o sale): per i morti siamo noi gli scomparsi, rimasti in

quest'inferno a penare l'orrore di un corpo

che non accetta di essere pensato, allontanato, distratto

dal vitale cieco pulsare

che è il morire in ogni istante, quando le

palpebre s'abbassano, per subito riaprirsi, e ricostruire il respiro).

Chi resta, porta una maschera lieve

che gli viene strappata

da una mano

che non vede. C'è un pianto intorno,

dovremmo scordare il nostro nome per ricominciare - dal

silenzio -a parlare, riconoscere

i suoni, urtare, colpire

piano, battere la superficie di una pietra con altra scheggiata pietra,

aspettare

come dovesse qualcuno tornare.

Un continuo tirare la corta corda dell'essere, lo stare con gli altri, con

quell'altro,

sempre presente e ingombrante (che identifichiamo

con noi stessi) e ha il volto girato

al contrario, il muso d'asino storto dal raglio

dell’invidia, la gelosia della vita.

La trottola è ferma, fissata nel fiume calcificato del tempo.

 

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

 

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