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20/06/19 ore

Tra i silenzi di Dio e le braci di Prometeo, forse l'assurdo non sarà l'ultima parola. Un libro di Mirko Integlia



Cercare reti di senso tra i labirinti dell'assurdo. Il rischio del pensiero lascia il banco aperto al salvifico crepaccio della decisione, disambiguando orizzonti per costruire un omega di visioni aperte. Giuseppe Rensi (ma lo stesso Manlio Sgalambro che pensò all'ombra di Rensi), Jean-Paul Sartre, Albert Camus e Emile Cioran sono voci diverse ma anche percorsi che lasciano negli occhi il volto del nichilismo, segnato da mille ritorni.

 

Tra le rese e le realtà di un tempo ineguale, ci ritroviamo in cammino verso una verità possibile che ha mondo in vissuti concreti, oltre la favola sciocca di una 'Gedeute Welt', un mondo banalmente interpretato. Qui la speranza si fa tensione-verso, e slarga futuro, accendendo un fuoco sulle ceneri di contro al coro di rinuncia dei vecchi Tebani. E la scommessa è durare. Ricercare ancora.

 

Si muove tra queste corde il libro di Mirko Integlia, 'Filosofie e narrazioni dell'assurdo', edizioni Mimesis (pp. 120, euro 12), con prefazione di Bruno Forte. Un saggio che guarda negli occhi la Medusa, togliendo le bende di una insensatezza di fondo in cui sembra silenziosamente scivolato il nostro tempo di poche tende e tante sirene.

 

La strategia del cammello, quella che pensa a lungo termine, obbliga a spostare i confini e ad assumere il peso dell'incompiuto, del liminare, di quel penultimo che se è condizione dei giorni per gli abitatori del tempo, pure costituisce una sfida e un invito all'oltre.

 

Nella sezione 'La ragione che naufraga su sé stessa', l'autore - docente di Teologia presso la Facoltà di Giurisprudenza della Pontificia Università Lateranense (PUL), passa in esame le categorie del male, la stoltezza umana e lo spirito religioso, declinate nel Denken di Giuseppe Rensi, prima di scandagliare a filo di piombo la dissoluzione del passato così come emerge dalle pagine inquiete di Sartre, con le mani che mostrano la riga dei porti mancati e le attese inevase di una libertà che è storia e destino.

 

È con Camus che il problema del senso/non senso si pone ineludibile, con la maschera dell'assurdo che bagna i vissuti e li conduce a una rivolta (umana solo umana? metafisica?) che ha in sé il codice di un'etica possibile, prima del mondo alla rovescia disegnato a sangue da Cioran e Franz Kafka. È proprio restando vigili su sentieri interrotti che il pensiero - vissuto, patico e perciò mai calcolo - riesce ad aprire le sue vene alla possibilità di un Altro che viene nel frammento, terreno dicibile/indicibile di una Trinità che consegna alla Storia la carne maledetta di un dio crocifisso solo per amore. 


Il trionfo della dissonanza forse non è l'ultima parola di un'umanità smarrita e priva di orizzonti, nella necessità - scritta tutta al maiuscolo - di scelte che congedino l'assenza. Se la libertà è assurda - così come lo sono la nascita e la morte - un nuovo senso del limite può sterrare comprensioni, facendoci assaporare (non facevano così gli antichi filosofi) l'importanza della relazione non solo come categoria filosofica ma come topologia di un immenso razionale che mette muro davanti all'illogica pretesa di dominare processi ed esistentivi con le sole chiavi di un dubbio elevato a sistema, che non genera pensiero e comportamenti giusti, del piano inclinato di volgere sempre la testa dall'altra parte, evitando di metterci in gioco per evitare una disequazione che si riaffaccia con le rughe dell'indifferenza.


All'invasione della contingenza letta come sola moneta per il futuro, reagisce una “rivolta”, la tensione emotiva di andare altrove, da qualche altra parte, ma semplicemente ad uscire. Al fondo di ogni vissuto sta una rottura, perché, come scrive Aldo Masullo, "il vissuto di tempo si rifrange nei molteplici cromatismi emotivi: nella sofferenza per l’identità perduta e l’abitualità sconvolta, nel tremore del destino incombente, nella insicurezza del rapporto con l’altro. Ma esso intero fiammeggia nell’inquietante sfida dell’inizialità, nel muoversi verso il nulla, il vuoto del futuro, a partire dal nulla, dal vuoto del passato. Vuoto il non-ancora, svuotato il non-più, il nulla è dinanzi all’uomo come dietro di lui".

 

Di contro l'esperienza della parola esclusa, sta il prendersi «cura», la ineguale eppure necessaria forza di vissute relazioni sin-patetiche, l'incrociarsi di metaforiche 'Aufforderungen' («appelli», «pro-vocazioni», «inviti»), come propose Fichte.


Solo in questo perimetro/concetto di ricerca e volontà il vecchio Prometeo - indiavolata lucidità e pena eterna - non sarà la condanna della coscienza - come avviene in Cioran - ma una cifra di libertà, rimando a quella rupe di Scizia dove volano i corvi ma pure si consuma ogni notte la testimonianza di scelte tenute controvento.

 

Comprendere - con Bruno - che ogni punto è centro significa liberarsi dalle catene dell'insensatezza. Allo stesso tempo - è l'invito dell'autore - restare sulla soglia del possibile per cogliere il vento del Novum significa aprirsi comunque al mistero, per sognare o tendere verso una Luce che pure splende nelle strade degli uomini e a cui, forse, siamo destinati.

 

In quella Porta della Bellezza che è la storia umana in cammino verso un giorno che non conosca tramonto. Tra la dialettica della solitudine e una disperante pretesa di autonomia, anche questa, forse, è una alternativa possibile. Se non vogliamo tornare a Parmenide.

 

Silvia Lanzani

 

 


Commenti   

 
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