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16/12/17 ore

Le esperienze di Architettura di Vincenzo Corvino e Giovanni Mùltari



di Adriana Dragoni

 

La serie di convegni nella Reggia-Museo di Capodimonte continua e sicuramente con successo. Per l'ultimo, qualche giorno fa, il folto pubblico è soprattutto di architetti e studenti di architettura. Nella “sala Burri”, dove il Cretto Nero di Alberto Burri fronteggia il pluricolorato Split! di John Amleder, molti devono restare in piedi.

 

Il Convegno  inizia in ritardo. Ma nessuno protesta.  Si è tutti ritardatari. È giorno di sciopero dei mezzi pubblici e il traffico è peggio di sempre. Si commenta il libro “Esperienze di Architettura: Corvino - Mùltari (LISt Lab editore 2016) degli architetti napoletani  Vincenzo Corvino (1965) e Giovanni Mùltari (1963), che raccontano per immagini i progetti, realizzati o non, del loro Studio, che ha sede a Napoli e a Milano.

 

I relatori sono tutti professori universitari, spesso con più specializzazioni e più incarichi. Relazioni brevi e non uggiose. Che danno diversi spunti per osservazioni interessanti. Renata Picone, prof. ordinario di Restauro Architettonico della Federico II, insiste sulla complessa e delicata problematica connessa al restauro dell'edificio storico. Non gli si può – dice- negare la sua origine e la sua storia, che spesso ha prodotto in esso varie stratificazioni, ma bisogna adeguarlo alla contemporaneità. Si deve, infatti, osservare come sia necessario investire l'antico edificio di funzioni attuali, in modo da vivificarlo dandogli nuova vita. Se una scultura può stare lì, solitaria, un'architettura, se non è più vissuta, viene dismessa e rovina in penoso degrado. A Napoli, la mia città, notiamo troppi edifici in queste condizioni.

 

Di seguito, il professore Ferruccio Izzo definisce la città di Napoli  con una felice espressione, “una topografia del tempo”, esaltandone la grande ricchezza culturale, testimoniata dai suoi edifici, costruiti durante la sua straordinaria, ininterrotta storia millenaria.

 

Poi Fabio Mangone  insiste sulla figura dell'architetto, che ha, dalla sua, la forza dell'immaginazione ma  non  deve tralasciare, tra le sue diverse mansioni, di seguire le varie fasi della realizzazione del suo progetto.

 

Della figura dell'architetto tratta anche il professore Massimo Pica Ciamarra (1937), che è stato professore di Giovanni Mùltari.  Chiarisce pure che ogni architettura è un pezzo di un sistema. Cioè che non può prescindere dal suo contesto. Molto a proposito cita i nomi di Bruno Molajoli, Raffaello Causa ed Ezio De Felice, che - lamenta - è stato un grande che non ha avuto la fortuna che meritava. Tutti e tre sono stati autori del restauro, dal 1947, della Reggia - Museo di Capodimonte. La cui bellezza è citata, in primis, dall'attento moderatore del Convegno, professore Pino Scaglione, che ammira la sontuosità delle magnifiche sale della Reggia in cui si trovano opere d'arte tra le più belle al mondo.

 

Nel libro del duo Corvino Mùltari, vi si narrano, attraverso immagini, i progetti, realizzati o non, dei due autori. Comunque - vien detto - è interessante studiarli e osservarli come è sempre positivo discutere di architettura, questa composita disciplina, per meglio definirla  accrescendone il valore scientifico.

 

Ma, nella pratica, è pur vero quello che insinua, con molto garbo e sottile ironia, Sylvain Bellenger, direttore della Reggia-Museo e del Real Bosco di Capodimonte, che, come storico dell'arte, ha anche lavorato nel campo dell'Architettura.  Racconta di quando, ragazzo, prima di interessarsi della storia dell'arte, era indeciso se iscriversi alla Facoltà di Architettura o a quella di Filosofia. Poi scelse la Filosofia, “perché è quella che ha fatto meno danni”.

 

Infatti se, andando dietro alle elucubrazioni e alla supponenza della ragione filosofica, si commettono errori madornali, è ancora più grave il male che fanno quelle costruzioni che, ubbidendo esclusivamente a utili economici, si servono della facilità dell'uso del cemento armato per  invadere lo spazio, restringendone gli orizzonti, cancellando la natura e la possibilità di goderne. Ed è un male tanto più grave quando si invadono spazi che hanno una loro particolare bellezza.

 

Negli anni Quaranta dell'Ottocento ci fu, nel Regno delle Due Sicilie, una legge, promulgata dall'esecrato Re Borbone, che impediva la costruzione a valle degli edifici, perché avrebbero impedito al popolo di godere della vista del paesaggio. Se nel nostro codice attuale esistesse questa legge, appare ovvio che non viene rispettata.

 

E permettetemi di chiosare ancora sulla questione.  Dai convegnisti è stata molto esaltata la forma dell'architettura, la sua ricerca di bellezza. Ma suppongo che non si debba pensare che l'architetto realizzi una forma immaginata nella sua mente, come se fosse una grande scultura fatta di spazi e di materia, di vuoti e di pieni. Come se si potesse dimenticare, in nome di un'astratta bellezza, che la costruzione architettonica è soprattutto una realtà dove vivono delle persone.  Di più: ogni architettura - afferma giustamente il professore Pica Ciamarra - fa parte di un sistema, è relativa al luogo dove è collocata.

 

E propongo, in proposito, un esempio ancora una volta napoletano. Le famose Vele di Scampia, da lontano, appaiono come delle gigantesche sculture, che hanno una loro bellezza. Il fatto che siano delle architetture le rendono orribili. La loro funzione avrebbe richiesto un diverso contesto. Invece sono lontane da un centro, circondate dal nulla. Mentre vorrebbero miserevolmente imitare, con i loro ballatoi, i vicoli napoletani e le loro abitazioni a piano terra, i famosi, vituperati “bassi”, che, soprattutto perché immessi nel cuore della città, sono tutt'altro. I “bassi” permettono o, forse, permettevano, l'esistenza di una società coesa e informata, con il passaparola, non solo sui fatti del vicino ma anche sui più importanti  avvenimenti cittadini.

 

Oggi ogni tanto, a Napoli, soprattutto da parte degli architetti, vien fuori la proposta di abbattere le costruzioni nei vicoli del centro storico dove vi sono abitazioni a pianterreno. Bisogna eliminare i “bassi” - dicono -, c'è troppo smog prodotto dal passaggio delle auto e c'è pure il cattivo odore derivato dalle fogne. Bisogna – dicono ancora -  abbattere i Quartieri Spagnoli, dove i “bassi” pullulano. Ma è naturale fare un'osservazione: non sarebbe più logico, invece, vietare nei vicoli il traffico delle auto e sanare le fogne?

 

Dall'architettura all'urbanistica. Come immaginate il futuro delle città? Certo le strade saranno senza negozi, ormai già molti stanno chiudendo: già ci sono, fuori città, gli ipermercati. Le strade saranno vuote, silenziose, senza vita. Ed ecco che spunta una proposta osé. Forse in futuro, per vivere insieme agli altri, sarà anche desiderabile, se ci fosse sicurezza, abitare a pianterreno, tra persone conosciute . Il “basso” cittadino come architettura futuribile?

 

 


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