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19/06/19 ore

Soviet Piano di Luca Ciammarughi


  • Elena Lattes

Durante i settant’anni di dittatura, numerosissimi sono stati i musicisti e più in generale gli artisti, che hanno subito pesantissime persecuzioni o che hanno avuto grande successo o ancora, più frequentemente, che hanno vissuto entrambe le situazioni.

 

Luca Ciammarughi in “Soviet Piano” pubblicato dalla Zecchini Editore, racconta le vicende di molti di essi, alcuni dei quali sono diventati famosi in tutto il mondo, mentre altri sono meno noti o sono stati dimenticati. Un libro denso e avvincente, nel quale vengono descritti i comportamenti dei singoli artisti verso il regime e i vari dittatori che si sono susseguiti e di questi ultimi verso i primi.

 

Partendo dalla Rivoluzione di Ottobre e arrivando, in ordine cronologico, fin dopo la caduta del Muro di Berlino, l’autore dedica a tanti musicisti un sotto capitolo in cui la storia personale è intrecciata con quella nazionale ed europea. 

 

Lo Stato favoriva lo sviluppo artistico nei giovani e coccolava i talentuosi, ma era anche capace di stroncare spietatamente le carriere o commettere efferatezze non solo verso i singoli artisti, ma anche e soprattutto verso i loro familiari. Bastava poco per “cadere dalle stelle alle stalle”, ovvero per passare dalle luci della ribalta alla condanna a più anni di detenzione nel famigerato carcere della Lubianka o all’esilio in Siberia o in qualche sperduto territorio caucasico.

 

C’è chi vide defenestrato il proprio pianoforte, come il giovanissimo Vladimir Horowitz, a chi invece uccisero i parenti, come all’enfant prodige Marija Grinberg, il cui papà, insegnante di ebraico, e il cui marito furono condannati a morte come “nemici del popolo”, chi subì tremende pressioni psicologiche e terribili limitazioni.

 

Non era necessario che il singolo artista manifestasse critiche al regime o opinioni “scomode”, era sufficiente non aver vinto un concorso internazionale, essere di una cultura o di origini geografiche “diverse” espresse anche dal solo cognome (come ebrei, tedeschi, armeni, tartari e così via), essere omosessuali o avere qualche congiunto che si fosse macchiato di qualche “crimine”, come contrarre matrimonio misto.

 

Chi raggruppava in sé due o più connotati “negativi” era doppiamente perseguitato. Difficilissimo era anche fuggire all’estero, poiché il regime generalmente non concedeva passaporti a chi non aveva famiglia e coloro che riuscivano ad andare via erano costretti a lasciare il proprio partner e i figli in Unione Sovietica, i quali sarebbero diventati ostaggi oggetti di feroci vessazioni nel caso in cui gli espatriati non fossero tornati. Nonostante questo in tanti, con non poca fatica e dolorose lacerazioni interiori, chiesero ed ottennero asilo politico in altri Paesi.

 

Il primo fu il ballerino Rudolf Nureev che nel 1961 scappò dall’aeroporto di Parigi per evitare di rientrare anticipatamente (e forzatamente) a Mosca, seguito da Vladimir Ashkenazi nel 1963. Il grande pianista era già andato diverse volte in tournée superando concorsi e guadagnando fama e successo a livello internazionale. Nel ’62 vinse il premio Čajkovskije quindi, nonostante nel frattempo avesse sposato un’islandese, il regime gli aveva di nuovo concesso di andare all’estero. Con la moglie, che aveva ottenuto un permesso per andare a visitare i propri genitori a Londra, riuscì a restare nella capitale inglese. Nureev e Ashkenazi ispirarono tante altre defezioni che si moltiplicarono, soprattutto nell’era Breznev. 

 

Come accennato, non fu facile quasi per nessuno, molti soffrivano di nostalgia, o di sensi di colpa verso i propri congiunti rimasti, altri ebbero enormi difficoltà ad adattarsi alle atmosfere, alle mentalità e alle società occidentali: “l’homo sovieticus era libero da ogni dovere e responsabilità verso se stesso: si affidava interamente allo Stato, nel bene e nel male. I ritmi di vita occidentali, la necessità di costanti interviste e contatti con la stampa, l’obbligo di essere presente a livello mediatico erano tutti elementi che rischiavano di distrarre il musicista del suo mestiere”.

 

Oltre a coloro che non ebbero alcuna possibilità di defezionare, tanti scelsero volontariamente di rimanere “trovando all’interno dell’URSS tutto ciò di cui avevano bisogno”.

 

Numerose e singolari, dunque, le storie raccontate da Ciammarughi che si sofferma anche sugli aspetti espressivi e tecnici di ogni artista e che, pur esprimendo passione ed empatia verso di essi, rimane obiettivo nella sua analisi, mettendo in luce anche i risvolti negativi delle democrazie occidentali. 

 

 

 

 

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