Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

16/06/24 ore

Riflessioni sul caso e sul tempo che passa. Conversazione col musicista Maurizio Giammarco



di Antonello Anzani

 

La casualità. A volte è l’unico modo per spiegarsi le cose, anche se lascia un fondo di insoddisfazione per una motivazione non esatta. La casualità è una scusa per non farsi delle domande

 

È quello che mi è accaduto un paio di mesi fa: sono andato ad ascoltare un musicista che volevo sentire dal vivo dopo molto tempo; un musicista che porto nel cuore perché, giovane chitarrista, inconsapevolmente regalò un momento di entusiasmo ad un quindicenne facendogli provare la sua chitarra. Era una di quelle chitarre che, al tempo, era possibile vedere solo in foto sul mitico Ciao2001 - bibbia di una generazione che aveva in quel giornale l’unica finestra su un mondo lontano da quella periferia culturale in cui sono cresciuto.

 

Di questo incontro ne ho parlato in un precedente articolo. Quella sera in cui tutto mi sarei aspettato, tranne di incontrare un altro protagonista di quegli anni, divenuto nel tempo un punto fermo nel panorama musicale. Un musicista che ha sempre saputo arricchire con il proprio talento la sua musica.

 

Mi ritrovo in un improvvisato backstage, un po’ intimidito dalla situazione, osservando a meno di tre metri Maurizio Giammarco: gli parlo o non gli parlo? Sono di nuovo quel quindicenne curioso che andava ai concerti, intrufolandosi dove riusciva pur di conoscere i musicisti. Di anni, adesso, ne ho qualcuno in più, ma alcuni personaggi esercitano su di me la medesima emozione. Mi faccio coraggio e mi avventuro.

 

Dopo essermi presentato e scambiate le chiacchiere di rito, gli chiedo se è possibile rispondere a qualche domanda e così s’inizia…

 


 

Antonello Anzani - Appartengo ad una generazione musicalmente viziata, cresciuta in un’epoca di grande musica e di grandi musicisti. Pensi che questo abbia in qualche modo deformato il nostro modo si percepire la musica? Ogni generazione ha espresso suoni e temi discostandosi dalla precedente. La sensazione è che oggi la musica sia soffocata in un frastuono senza senso e ciò che si produce rimanga inascoltata non per mancanza di pubblico, ma di canali e di occasioni.

 

Maurizio Giammarco - Oggi, come in ogni epoca, ci sono eccellenti musicisti che producono musica di indiscutibile valore e freschezza ma, a differenza del passato, bisogna andarseli a cercare. Paradossalmente, penso che gli attuali musicisti di punta siano anche più preparati dei loro predecessori. C’è però un problema: nessun musicista odierno può più pretendere di avvalersi di una “storia” di spessore paragonabile a quella dei maestri del jazz-rock-pop con i quali siamo cresciuti musicalmente da giovani. Quei maestri avevano altri “spazi”. Avevano, prima di tutto, più spazio semplicemente perché erano di meno (il numero dei musicisti nel frattempo credo si sia quantomeno decuplicato).  Avevano spazio di manovra creativa nell’immaginare nuovi sentieri musicali (e dunque imporsi storicamente) perché questo spazio effettivamente esisteva, mentre oggi abbiamo ormai ascoltato di tutto. Avevano più spazi e spazi più adatti dove suonare, mentre oggi aprire e sostenere anche un piccolo club è un’impresa da suicidio burocratico ed economico. 

 

Avevano gli spazi del pianeta, perché il costo della vita e dei trasporti era molto inferiore, cosa che rendeva la mobilità possibile (oggi ho problemi a portarmi il sax tenore in aereo se non pago un doppio biglietto). Potevano occupare “lo spazio di attenzione” di una critica ancora militante, che agiva da filtro col pubblico e comunque amplificava il loro lavoro proiettandolo in una dimensione mitica, mentre oggi nessuno recensisce più niente e, anche se fosse, avrebbe comunque difficoltà a farlo. E avevano, mantenendo la creatività, anche uno spazio di mercato, perché negli anni ’60 e ’70 la musica cosiddetta “difficile”… vendeva! (come dimostrò per esempio l’exploit di Sg.Pepper dei Beatles). Per finire c’era lo spazio mentale di un pubblico ben predisposto (e più informato) che aveva fiducia nella musica anche come strumento di aggregazione e di militanza, se non proprio politica, almeno di generica collocazione contro culturale. Tutti questi spazi oggi non ci sono più per ragioni molto complesse che hanno però a mio avviso un’unica radice: il capitalismo. 

 

A distruggere la musica (di qualità) a cominciare proprio da quella popolare, ci hanno pensato prima di tutto i discografici, cioè quelli che dovevano preservarla quanto meno per diretto interesse (!). Agenti della CIA predisposti a un impiego del genere non avrebbero potuto fare di meglio. Diventata (quella) musica un puro oggetto di mercato, per altro in agonia, il musicista è oggi tornato ad essere il giullare sfigato di un nuovo Medioevo, e non potrebbe essere altrimenti.

 

Discorso a parte va fatto per la musica classica, dove l’eccellenza del solista o del direttore d’orchestra rispecchia (e viene remunerata) alla pari quasi di un manager d’azienda. Infatti l’approccio mentale è effettivamente il medesimo. In questo settore il finanziamento pubblico non ha problemi perché la musica è già storicamente “archiviata” e a suonare vince il più bravo, come nella finanza. Ma per lo meno è già qualcosa, perché i musicisti devono sapere il fatto loro.

Preso in contropiede da quel riferimento alla CIA, cerco di elaborare la risposta e vado avanti. 

 

A.A. - Credo nella funzione sociale e politica della musica e dell’arte in genere. Mi piacerebbe conoscere il tuo pensiero… CIA a parte.

 

M.G. - La scelta di essere artista nella vita, è già una scelta politica. Per quanto riguarda il sociale bisogna chiederlo alla società, non all’artista - il quale, io penso, se è onesto non può far altro di quello che fa -. Viviamo in una società che rispetta la funzione dell’arte? Forse sì, ma solo se è istituzionalizzata, storicizzata, consolatoria, non disturbante rispetto al credo primario (fare soldi). Insomma: la storia dell’arte va benissimo, l’arte vera e propria è una seccatura oggi come in passato.

 

 

A. A. - Infatti se ne parla come musica di nicchia, quasi si trattasse di una malattia infettiva. Come commenti questa abitudine tutta italica?

 

M.G. - Una nicchia è meglio che niente, ma non vedo peculiarità italiche nella questione, all’estero è uguale. Le nicchie si formano automaticamente quando si investe pesantemente in un “mainstream”. Il mainstream musicale odierno è quanto di più inutile e insulso si possa immaginare perché è in atto un sistema, che si dispiega senza particolari complotti ma in modo semplicemente automatico, di non far emergere cose interessanti, in quanto ritenute economicamente inutilizzabili. Il guaio delle nicchie è che alla lunga diventano riserve indiane, e poi il passo successivo è il genocidio. Ci siamo quasi: non ti pare molto significativa la recente attenzione sulle capacità cosiddette “creative” dell’intelligenza artificiale?

 

A.A. - Trovo inquietante sia l’aspettativa di una panacea, che la levata di scudi a difesa dell’umana superiorità. Come sempre c’è la tendenza a investire strumenti tecnologici di una loro propria tensione creativa e cognitiva. Come tutti gli strumenti, è l’uso che se ne può fare il vero problema e quello sta nella creatività umana che, a mio parere, è sempre più performante di qualunque algoritmo e tecnica… che per quanto possa avanzare, è sempre frutto della creatività umana. 

 

Essendo un po’ più giovane, quando tu eri sulla strada per diventare un punto fermo nel panorama musicale, io muovevo i miei incerti passi (che tali son rimasti) e non ti nascondo che nei sogni ad occhi aperti eri fra i musicisti con i quali avrei voluto realizzare la mia musica. Un po’ come quando, da ragazzini, si giocava a pallone nel cortile e si assumevano ruoli, atteggiamenti e talvolta le sembianze dei grandi calciatori, simulando di essere uno di loro fino ad incitarsi facendosi una telecronaca personalizzata. Io lo facevo con la musica e sentivo i suoni di queste maxi formazioni ideali, per me. Hai mai avvertito questo tipo di attenzione su di te? Hai mai avuto una qualche forma di consapevolezza di una qualche responsabilità da parte tua su giovani aspiranti musicisti?

 

M.G. - Nella seconda metà degli anni ’80, il gruppo che ho diretto - Lingomania - ha effettivamente creato un certo seguito fra gli appassionati. Questo mi è stato ripetutamente, e mi viene ancora, confermato da molte persone che poi si sono inserite nel mondo della musica, anche grazie a quel lavoro. Ne sono ovviamente ben lieto, anche se vorrei avvertire il mondo che il mio lavoro continua ancora.

 

A. A. - E cosa ti entusiasma oggi del fare musica?

 

M. G. - La Musica mi entusiasma sempre perché, con l’età, continuo ad approfondirla e la capisco sempre di più. Suonarla (intendo: sul serio), è una questione diventata molto più complicata per tutta una serie di motivi. Quindi non mi chiedere se mi entusiasma il “mondo” della musica, perché questo è un altro discorso.

 


 

Così si conclude la mia intervista a Giammarco, affinata tra telefonate e messaggi successivi alla sera in cui l’abbiamo iniziata. Settimane di scambi di idee come capita tra due amici: anche qui una scoperta di idee simili e pensieri in comune sulla musica e sul mondo di oggi. Un incontro inatteso, come detto all’inizio, che mi ha restituito il senso e il piacere di essere un musicista. È un’essenza che va oltre fame e notorietà, e si nutre di emozioni. Io ne ho fatto il pieno con Maurizio Giammarco, lavorando insieme su questa chiacchierata. Grazie Maestro, per la musica, la simpatia e la disponibilità.

 

 


Aggiungi commento