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25/06/24 ore

Budapest. Con Veluska e la sua balena, Péter Eötvös  riscrive magistralmente le regole della creazione operistica moderna



Vincenzo Basile Polgàr

 

La “letteratura musicale” ungherese sta vivendo  il momento migliore in questo inizio di stagione operistica. Dal romanzo al film e poi ancora, all’Eiffel Studio di Budapest, l’Opera Nazionale presenta l’ultima produzione di Péter Eötvös che é anche la prima da lui sua scritta in Ungherese e in assoluto la prima mai composta in quella lingua. 

 

Allo stesso tempo celebra l'ottantesimo compleanno del compositore di fama mondiale, nel gennaio prossimo 2024. 

 

Si tratta di un adattamento teatral-musicale del romanzo di László Krasznahorkai, pubblicato nel fatidico 1989, La malinconia della resistenza,   a suo tempo   già sceneggiato  da Béla Tarr per il cinema e diventato poi il  film Le Armonie di Werckmeister nel 2000.

 

AR: Dato il coraggio che deve aver richiesto, c’é o no una sfida di qualche tipo dietro questa scelta, sicuramente senza precedenti ?


“In vent'anni ho composto dodici opere in lingue diverse, secondo della cultura in cui si svolge la storia. Harakiri è in  giapponese, Tre sorelle è in russo,  Le Balcon in francese, , Amore e altri Demoni sono stati tradotti in inglese, Senza sangue in italiano, Lilith e Il drago d'oro è stato scritto direttamente in tedesco. Cinque anni fa ho ricevuto dal Teatro dell'Opera di Stato l’invito a scrivere la mia prima opera in lingua madre, per me „la Casa”. La sua musicalitá  mi è connaturata, e quindi ho potuto permettermi piú autonomia e indipendenza da essa”

 

Perché hai scelto questo lavoro e come staff,  quali criteri operativi e creativi vi siete dettati?

 

“Già al momento della concezione  emerse l’essenzialitá di puntare su un argomento cruciale nella letteratura ungherese contemporanea. Insieme ai miei librettisti, Kinga Keszthelyi e Mari Mezei,  decidemmo per l'opera di Krasznahorkai, per il linguaggio unico, la storia insolita e un’attualità senza tempo. 

 


 

Nel comporlaabbiamo da subito optato per una percorso diverso rispetto a quello di Béla Tarr, perché il film ha ovviamente metodologie e strumenti diversi da quelli con cui si esplica l'Opera, pur nello stesso impianto generale. Nel film, il Silenzio di Béla Tarr riesce a esprimere il terrore della folla come strumento narrativo, mentre  nell'opera il proprio senso del pericolo viene veicolato dall'unitá sonora. 

 

La nostra storia si basa sul forte contrasto tra l'angelica figura di Valuska e la scatenata follia distruttiva della piccola comunitá rurale. Abbiamo volutamente ridimensionato alcuni personaggi per imporne altri più significantivi come zia Tünde che, nell'opera, in qualità di sindaco del paese, manipola la folla abbrutendola, pur di raggiungere i suoi deliranti obiettivi egoici. Si è quindi deciso che, data la forza sociale della storia, avevamo bisogno di una location extraurbana, un borgo di campagna tipico dell'epoca che si prestasse a contenere composizione e azione.

 

 L'operazione è subito stata etichettata "tragicommedia con musica" in quanto esprime, attraverso una serie di scene drammatiche, la storia di Valuska e di sua madre, Pflaumné in un condensato di  teatro, testo, rumore, ritmo e musica „dove serve,” come avrebbe puntualizzato  Mozart”.

 

 

Il lavoro di Péter Eötvös ci trasporta in un mondo insensato, in una cittadina misconosciuta quanto ordinaria, pressoché in tutte le latitudini.

 

János Valuska, il personaggio del titolo, é un pó il Soggetto del Villaggio, la sua mente nobile, giornalaio all'ufficio postale, non è come quella degli altri suoi concittadini. 

 

Lui non è motivato dal desiderio di potere, è un puro e innocente, a differenza della madre, la signora Pflaum, che è costantemente in disaccordo con suo figlio. Affascinato com’é dal mondo incantato della bellezza dell'universo, con un'ingenuità quasi infantile, lo spiega e magnifica ai frequentatori dei pub locali. In controtendenza con gli altri compaesani, soprattutto a differenza di Tünde, il sindaco, che invita in città una troupe da circo itinerante per ricostruire il consenso perduto e un’ immagine pubblica di sé dignitosa. 

 

 

L’attrazione principale del Circo è “la più grande balena imbalsamata” del mondo, mentre l'altra è un Principe misterioso, forse inesistente, con tre occhi , che in realtà vive solo grazie al  passaparola locale.

 

Ma per realizzare il suo progetto a Tűnde serve anche una nuova amministrazione della città per cui per forza deve trovare in fretta il modo di distruggere il sistema precedente ma dovendo sbrigarsi non trova di meglio che istigare la folla eccitata dalla ingombrante presenza del circo per fomentare inspiegabili, tremendi saccheggi e incendi dolosi in conseguenza dei quali in città viene istituito prima un coprifuoco e nel trambusto che ne scaturisce un nuovo ordine militare, inevitabilmente peggiore del precedente. 

 

Il giovane Valuska, capro espiatorio perfetto in quel frangente,  si salva solo grazie alla madre che lo fa internare in sanatorio in quanto etichettato incapace di intendere e volere dall’ emergente conformismo e sensibilità collettivi, ormai condivise nella comunità  rurale ormai inariditasi nel clima grottesco , surreale e per questo dolorosamente credibile della nuova realtà.

 


 

Il grottesco indica sempre un cambiamento significativo nelle proporzioni, che niente è così grande, che niente è quello che è; questo caratterizza anche la nostra epoca attuale.

 

A ridefinire le proporzioni della struttura complessiva contribuisce l'insolita composizione dell'ensemble orchestrale che posiziona gli ottoni in modo specularmente simmetrico sui due bordi laterali della scena e solo gli archi lirici al centro. Due tube dominano il paesaggio sonoro a sinistra e a destra e il clarinetto basso gioca un ruolo indipendente come accompagnatore di Valuska durante tutto il racconto. 

 


 

Quanto e come ha impattato in ambito Operistico  che il libretto sia in ungherese?

 

“Sicuramentel’operazione di trasformare un testo specificamente letterario in scrittura musicale ha destato sorpresa e soprattutto interesse critico per l’uso frequentemente sillabato delle parole, quasi fossero sedicesimi musicali,  per creare un costante cambio di tempo affinché tramite le vocali lunghe il compositore possa dedicarsi liberamente alla scansione temporale, rallentando o  spostando la messa a fuoco del racconto. 

 


 

Il mio segmento preferito è il monologo di Valuska che tenendo lo sguardo fisso sulla balena impagliata, le parla come un Amleto in trance che proietta in essa la pienezza del cosmo. 

 

Mi ha molto sorpreso che le tesi formulate piú di trent’anni fa siano diventate cosí attuali, spesso identiche a quanto accade oggi, quasi come se lo scrittore sapesse giá tre decenni fa che il mondo si sarebbe mosso in questa direzione. 

 

Che nei primi giorni della guerra che si svolge accanto a noi, dal marzo 2022, uno dei primi atti dell’aggressore sia stato quello di far saltare in aria un teatro a Mariupol con 800 profughi all’interno seguito dalla distruzione degli ospedali e delle case dei civili, tutte conicidenze che mi hanno molto impressionato”.

 

 

Guardandola in prospettiva, dove é come collocheresti quest’Őpera?

 

“Tutte le mie opere si rivolgono al pubblico dell’epoca, non aggiorno le storie, ma cerco di mostrare identità che ritornano nonostante lo sviluppo socio-storico-economico e sociale. Utilizzo la letteratura contemporanea indipendentemente dalle differenze culturali. 


All photos ©Attila Nagy 

 

 

 

 


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