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19/11/17 ore

Caso Bernardini – La coltivazione domestica di cannabis è ancora reato?



“Singoli casi giudiziari che possono essere di particolare interesse per verificare lo stato della giurisprudenza in Italia”. Questo il senso dell’iniziativa del Comitato radicale per la giustizia Piero Calamandrei che mira a mettere in evidenza non questioni astratte ma casi giudiziari, che possono capitare  a qualunque cittadino. Si vuole verificare quali regole, norme e prassi sono state applicate in alcuni procedimenti giudiziari. Il primo appuntamento è stato appunto quello che si può definire il "Caso Bernardini – La coltivazione domestica di cannabis è ancora reato? La discrezionalità nell'attivazione dell'azione penale obbligatoria", che si è tenuto nel salone del Partito Radicale a Roma in via di Torre Argentina 76 il 17 dicembre 2016…

 

La domanda a cui si voleva dare una risposta mirava a definire se la discrezionalità nell'attivazione dell'azione penale è affidata alla singola interpretazione di questo e quel magistrato oppure vi è una obbligatorietà dell’azione penale a cui non ci si può sottrarre.

 

Quella della obbligatorietà dell’azione penale è una “favola” che non può non stupire per esempio i magistrati tedeschi, francesi, inglesi (che sono a noi, sia pure con le dovute differenze, più vicini per cultura e prassi) che in non rare occasioni ci hanno rivolto la domanda di come questo si può effettivamente realizzare, ma questa è una delle tante anomalie o strumenti di prassi consolidata che si realizza nel nostro paese tra parole e cose.

 

Nel caso Bernardini la ex deputata radicale, della presidenza del Partito Radicale, era stata assolta a Siena dal giudice Luciano Costantini "perché il fatto non sussiste". I fatti che le erano contestati erano i reati di coltivazione di cannabis e detenzione ai fini di cessione per i quali il pm Fabio Maria Gliozzi aveva chiesto la condanna a 3 mesi di reclusione e 900euro di multa. I reati contestati erano relativi al novembre 2014, quando a Chianciano Terme (Siena), durante il 12/o Congresso dei Radicali Italiani, Bernardini aveva ceduto cannabis autocoltivata ad alcuni malati che ne necessitavano per finalità terapeutiche.

 

Nella battaglia di Rita Bernardini vi era stato - come riportato da Agenzia Radicale e da numerose agenzie e giornali - la determinazione a rendere esplicita la contraddizione. Aveva pubblicato sui social network le foto delle piantine e aveva scritto:"Voglio essere arrestata come tutti gli altri cittadini" perché era stata iscritta nel registro degli indagati per coltivazione illegale della marijuana. Il pm, però, già il 4 giugno aveva chiesto al gip di archiviare il caso in quanto: "Ai fini della rilevanza penale occorre ravvisare in concreto l’offensività della condotta. Nel caso di specie occorre considerare che gli arbusti rinvenuti nell’abitazione dell’indagata, seppure in numero di 56, sono di piccole dimensioni (40 di circa 30 centimetri di altezza e 16 di circa 12 centimentri), piantati in modeste quantità di terriccio contenuto in buste di stoffa e custoditi in un terrazzo con esposizione a condizioni climatiche sfavorevoli". In pratica, se vuoi coltivare la cannabis va bene, basta che le piantine non crescano troppo e non diano fastidio al vicino…

 

Questo per quanto riguarda la vicenda presso il Tribunale di Roma, che però presentava tutti i caratteri dell’imbarazzo e delle contorte argomentazioni che portavano alla richiesta di archiviazione.

 

Secondo la Procura infatti la Bernardini avrebbe coltivato male le piante di marijuana rendendone inoffensive perché troppo e quindi non sarebbero maturare bene. L'errore della ex segretaria radicale non è stato quello di aver tenuto 56 piantine di marijuana nel balcone di casa sua. Anzi questo l'ha salvata perché, come spiegava il pm, a causa del clima di Roma, gli arbusti della marijuana non hanno potuto produrre quantità di principio attivo "offensive". Se la Bernardini avesse usato le lampade per ricreare un microclima ad hoc, allora sarebbero stati guai ma così non è stato.

 

"Vuol dire che sono autorizzata a coltivare la marijuana sul mio balcone, come ho sempre fatto – aveva commentato Rita Bernardini al Tempo – Sono contenta soprattutto per i malati che non hanno accesso ai farmaci a base di cannabinoidi. Non uso le lampade perché mi piace la coltivazione naturale, alla luce del sole. Mi inchino di fronte al giudizio della procura, secondo cui le piante, in quelle condizioni climatiche, erano innocue".

 

Di seguito sono riportate  l’audio-video della tavola rotonda sul caso Bernardini e le motivazioni della sentenza del Tribunale di Siena, un importante precedente per i malati.

 

Caso Bernardini – La coltivazione domestica di cannabis è ancora reato? La discrezionalità nell'attivazione dell'azione penale obbligatoria (Audiovideo da Radio Radicale)

 

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