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02/04/20 ore

La riforma della Giustizia è … prescritta. Conversazione con l’avvocato Fabio Viglione


  • Fabio Viglione

Il dibattito sulla prescrizione continua. La riforma, in vigore dal primo gennaio del 2020, prevedendo “la sospensione della prescrizione” dalla sentenza di primo grado fino alla esecutività del provvedimento ne ha di fatto segnato l’abolizione.

 

Davvero incredibile come questa riforma sia stata concepita nell’ambito di una cornice annunciata in nome di una riduzione dei tempi del processo. Di quella cornice, ad oggi, non è rimasto nulla di concreto, solo il vuoto di una riforma che ha la pretesa di cominciare la costruzione dal tetto di un palazzo senza fondamenta.

 

È stata varata una riforma che non ha alcuna concreta incidenza nel miglioramento della qualità del processo e che lo ha allontanato da quella “ragionevole durata” prevista dalla Costituzione. Con buona pace della presunzione di innocenza e dell’inviolabilità del diritto di difesa.

 

Siamo davvero lontani dalla concezione di un diritto penale liberale che si riflette nel giusto processo. La cultura delle garanzie - non la difesa dell’impunità - si contrappone ad una cultura intrisa di populismo che annichilisce i diritti del cittadino. Ed è certamente un diritto primario del cittadino quello a vedersi giudicato per una ipotesi di reato in un tempo che non sia indefinito.

 

Una concezione dello Stato che può giudicare il cittadino senza limiti di tempo è davvero lontana dallo Stato liberale, dallo Stato di diritto. È una concezione che si nutre delle disfunzioni che il sistema patisce ma che anziché affrontarle finisce per istituzionalizzarle creando un rimedio peggiore del male.

 

Che non si tratti poi di una battaglia solo a favore degli imputati (che sono tutti - o dovrebbero essere… - si legge nella Costituzione) assistiti dalla presunzione di non colpevolezza è del tutto evidente. Anche le vittime del reato, le persone offese dal delitto, soggetti processuali coinvolti dall’accertamento, vedrebbero dilatarsi a dismisura i tempi delle proprie pretese risarcitorie. Dopo la sentenza di primo grado, verrebbero meno criteri temporali di sorta e si darebbe vita ad un processo senza fine.

 

Non solo i penalisti italiani hanno manifestato la propria contrarietà a questa soluzione ma tutta l’Accademia ne ha evidenziato le enormi criticità. Ma sembra che non sia bastato ad indurre ad un responsabile ripensamento. La questione è ora approdata su un terreno di scontro tra le alleanze di governo. Gialloverdi e Giallorossi (riecheggiando le appartenenze a colori calcistici…), opposizioni interne ed esterne, in una sorta di tiro alla fune su un tema che ormai è diventato per certi versi identitario.

 

Ed è sempre più lontano un superamento di questa prospettiva asfittica della riforma della prescrizione in assenza di un piano di risanamento delle problematiche del processo. Si abolisce la prescrizione dopo la sentenza di primo grado senza considerare che la gran parte dei processi si prescrivono molto prima. Numeri alla mano, ben oltre la metà proprio nella fase delle indagini preliminari.

 

Dunque non c’è che da prendere atto di come, ancora una volta, riforme senza investimenti e senza capacità di guardare concretamente al problema finiscono per rivelarsi inutili o, ancora peggio, come nel caso della prescrizione, dannose. E sugli effetti di questa riforma si è sentita l’autorevole voce del primo Presidente della Corte di Cassazione il quale, nel corso dell’apertura dell’anno giudiziario, ha posto l’accento sull’ulteriore carico per la struttura giudiziaria che il blocco della prescrizione produrrà. 

 

È ancora presto, oggi, per vedere gli effetti, ma basta operare semplici proiezioni attraverso i dati disponibili. E non è possibile non farlo se una riforma si pone davvero l’obiettivo di migliorare il futuro sulla scorta dell’esperienza del passato con i piedi ben piantati nel presente e nel concreto. A meno che non si voglia dibattere di questi temi solo sul piano degli spot e della ricerca di un consenso immediato facendo sfoggio di trovate demagogiche.

 

Questi temi non possono avere bandiere o casacche perché la giustizia è di tutti. È un servizio che lo Stato assicura a se stesso e garantisce al cittadino. È espressione viva di un patto irrinunciabile in una democrazia, in uno stato di diritto. Ma guardando al dibattito politico sembra che vi siano chiusure ideologizzate sul tema della prescrizione che è divenuto un simbolo per chi, abrogandola, crede di aver consegnato una riforma epocale al Paese.

 

Senza considerare, poi, che la maggiore dispersione dei tempi non si verifica tra un grado e l’altro ma prima che si giunga alla sentenza di primo grado. Lo Stato deve assicurare al cittadino – come prescrive la Costituzione – tempi certi e ragionevoli entro i quali deve esercitare la pretesa punitiva.  Nulla nella vita è eterno, tutto ha un tempo definito nelle nostre esperienze. Come può ritenersi concepibile che non lo abbia il processo, abolendo un istituto che anche ad umane certezze si ispira? È un modo per intervenire sull’orologio che spesso perde un po’ di giri eliminando le lancette.

 

Ma la cronica sproporzione tra risorse di magistrati e personale da una parte e carico di procedimenti dall’altra non si affronta. Nessun potenziamento dei riti alternativi al dibattimento, nessuna profonda depenalizzazione di reati minori, nessun rafforzamento del filtro dell’udienza preliminare. Resta alta la bandiera di una abrogazione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, una bandiera che sventola solo nel campo di un populismo sempre più lontano dallo stato di diritto.

 


 

- La riforma della Giustizia è … prescritta.  Conversazione dell’avvocato Fabio Viglione con Giuseppe Rippa

(Agenzia Radicale Video)

 

 


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