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23/05/19 ore

Una Giornata per dire "No alla pena di morte"



Organizzata dalla Coalizione omonima, oggi si celebra la decima edizione della Giornata Mondiale contro la pena capitale. 10 anni fa, a Strasburgo, con la ratifica e l'inclusione di numerosi Paesi abolizionisti nella Carta dei diritti umani, si è formalizzata una battaglia civile senza precedenti sulla (purtoppo) sempreverde questione della condanna a morte.


Considerando che negli ultimi anni si è assistito all'abbandono graduale delle esecuzioni in molti Paesi (si sono ridotti da 28 a circa 21 i paesi che nel 2011 hanno eseguito condanne capitali) si potrebbe timidamente dire che molte battaglie hanno visto trionfare il diritto e  sorridere ai continui sforzi dei movimenti che da anni si battono contro la pena di morte.

 

Ma, questo appare chiaro, non è ancora purtroppo il momento di cantare vittoria. A tutt’oggi, infatti, paesi democratici come Usa o Giappone ancora legittimano l’utilizzo della pratica come deterrente e pena. Negli Stati Uniti, ad esempio, nonostante nessuno Stato abolizionista abbia reintrodotto la pena di morte, l'Idaho, che non effettuava esecuzioni dal 1994, ne ha compiute 2, nel 2011 e nel 2012.

 

Di recente, il rapporto di 'Nessuno tocchi Caino' sulla pena di morte ha stimato nel 2011 circa 5 mila esecuzioni nel mondo, in lieve calo rispetto alle 5.946 del 2010, alle 5.741 del 2009 e alle 5.735 del 2008. Secondo il dossier sono 43 i paesi boia dello scorso anno, di cui 36 sono Stati dittatoriali, autoritari o illiberali.

 

Nonostante seguitano a non pervenire dati ufficiali, la Cina continua a ricorrere alla condanna capitale con estrema regolarità; Pechino si conferma infatti in cima alla lista tra gli Stati che hanno condotto il maggior numero di pene capitali: nel 2011 il governo cinese ne ha effettuate circa 4.000, l'80% del totale mondiale; segue l'Iran con almeno 676 esecuzioni e l'Arabia Saudita con 82 condanne a morte.

 

Si osserva invece un progressivo mutamento culturale e legislativo sulla questione nel Continente africano e proprio in queste ore Sergio D'Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino consegnerà al Presidente della Sierra Leone, Herman Coruma, un premio, in segno di fiducia, per l'impegno dimostrato nella lotta alla pena di morte, abolendo di fatto la pratica. Coruma, attraverso drastiche riforme legislative, dopo i massacri civili nelle regioni da lui governate, dal 2002 sta traghettando il Paese verso uno Stato democratico di diritto.

 

Ma sono ancora tante, troppe, le realtà come l’Iran, l'Iraq, l'Arabia Saudita, lo Yemen che fanno un uso sistematico e agghiacciante della pena di morte. Nonostante ciò, anche grazie al lavoro di numerosi associazioni come NtC, Amnesty International e la Comunità di sant'Egidio, si è passati dalle circa 12000 escuzioni l’anno del 2006 alle 4000 circa del 2011. Attualmente sono 130 gli Stati che hanno abrogato la pena capitale o rispettano una moratoria e negli ultimi due decenni ben 50 Stati hanno detto no alle condanne a morte mentre in altrettante realtà si continua a uccidere in nome di una qualsivoglia legge.

 

Il lavoro da fare è ancora molto, soprattutto in quei Paesi dove molte condanne vengono emesse su fasce di popolazione più deboli, facilmente discriminabili, condotte al patibolo per stregoneria, omosessualità dissidenza e quant'altro.

 

"Conoscevo tutti i ragionamenti che gli uomini hanno messo per iscritto nel corso di tanti secoli per giustificare azioni di questo genere - scriveva 150 anni fa Lev Tolstoj - sapevo che tutto veniva compiuto consapevolmente, razionalmente; ma nel momento in cui la testa e il corpo si separarono e caddero diedi un grido e compresi, non con la mente, non con il cuore, ma con tutto il mio essere, che quelle razionalizzazioni che avevo sentito a proposito della pena di morte erano solo funesti spropositi (...) e l'assassinio è il peccato più grave del mondo". (red)


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