03/03/26 ore

Caso Becciu: processo Sloan Avenue, atto secondo. La difesa chiede l'annullamento della sentenza



di Camillo Maffia

 

Nel corso delle udienze del processo presso la Corte di Appello dello Stato della Città del Vaticano  nei confronti del cardinale Becciu, che si sono svolte fra il 3 e il 5 febbraio scorso, la difesa (gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo) ha presentato le motivazioni con le quali chiede sia dichiarata la nullità della sentenza di primo grado, relative al mancato deposito di tutti gli atti da parte del procuratore, dei quali avrebbe depositato una selezione, insieme alla citazione in giudizio.

 

Nel dibattito sorto intorno alla vicenda è riaffiorata la questione delle chat secretate, sorta in fase di giudizio dopo il controesame del supertestimone dell'accusa monsignor Alberto Perlasca da parte della difesa: il 26 novembre 2022, quando Genoveffa Ciferri, amica di Perlasca, inviò 126 messaggi al procuratore generale, soltanto otto fra questi furono infatti resi visibili, mentre le altre chat furono coperte da omissis per asserite esigenze investigative.

 

Tali chat si riferivano al periodo precedente al deposito, da parte di monsignor Perlasca, del memoriale presentato al pg il 31 agosto 2020: quel memoriale si tramutò ben presto nell'asse portante della linea dell'accusa nei confronti del cardinale, dopo averne segnato l'ingresso all'interno dell'indagine. Accanto al nodo del mancato deposito degli atti è stato sollevato quello dei rescripta con cui il pontefice emerito è intervenuto modificando l'ordinamento processuale in modo sfavorevole all’imputato.

 

Si è parlato inoltre del caso Striano, questione trattata con una memoria con allegati documenti da parte della difesa di uno degli imputati: alcune delle persone oggetto di controlli abusivi erano le stesse che si ritroveranno imputate nel processo in Vaticano; non ultimo lo stesso cardinale mediante accertamenti su una società riconducibile alla sua famiglia, alla quale nulla di illecito è peraltro ascrivibile…

 

Becciu era stato costretto a dimettersi da prefetto nel 2020 I filoni d'indagine che lo riguardavano erano essenzialmente tre: l'acquisto dell'immobile in Solane Avenue a Londra, il finanziamento alla cooperativa di Ozieri gestita dal fratello e i soldi consegnati a Cecilia Marogna per la liberazione di una suora in Africa. Secondo l'accusa, quella di Sloane Avenue sarebbe stata una operazione spregiudicata con cui sarebbero stati usati illecitamente i fondi. La Marogna avrebbe invece utilizzato a scopi personali, per l'acquisto di beni di lusso, il denaro che le era stato affidato per la delicata vicenda della quale era sta incaricata di occuparsi.

 

In realtà, ammesso che vi fosse qualcosa d'irregolare nella operazione di Londra, non si capisce in che modo il cardinale se ne sarebbe avvantaggiato. Per quanto riguarda i soldi della cooperativa di Ozieri, si parla di centomila euro tuttora sul conto della Caritas, che nessuno si è mai messo in tasca. Neppure dalla vicenda della Marogna si può concludere che il prelato abbia tratto vantaggi personali, né tantomeno che si sia arricchito in qualche modo: quand'anche avesse riposto male la propria fiducia, non è chiaro dove sia la colpa e soprattutto il reato.

 

Ben presto si verifica un ribaltamento per cui monsignor Perlasca, da primo accusato in virtù del suo ruolo di responsabile amministrativo, diventa il primo accusatore del cardinale Becciu, mentre il papa, esercitando il proprio potere di monarca assoluto in modo a dir poco inconsueto nella storia postconciliare, interviene con i rescripta. A Londra nel frattempo le cose vanno in maniera opposta: per i giudici, l'acquisto dell'immobile è pienamente regolare, e non c'è stata alcuna malversazione da parte degli imputati. 

 

La notizia trova scarso risalto sui media italiani, che tendono perlopiù fin dall'inizio a consegnare agli spettatori e ai lettori una immagine poco edificante del prelato, la quale non trova però una base concreta nei fatti che gli vengono contestati. Colpisce ad esempio l'uso spettacolare della telefonata registrata col pontefice e delle chat, nelle quali il cardinale non dice nulla di rilevante in merito a ciò di cui è accusato, eppure viene ugualmente attaccato per le frasi sconvolte con cui commenta l'atteggiamento nei suoi riguardi di un pontefice che ha violato i principi più basilari dello Stato di diritto in materia di giusto processo, introducendo delle modifiche alla normativa con valore retroattivo sempre in un senso che andava a influenzare negativamente per il cardinale le sorti del procedimento.

 

Quando Perlasca ammette di essere stato imbeccato nella preparazione del memoriale d'accusa nei suoi riguardi, Becciu vede in tali dichiarazioni la prova conclamata di una macchinazione ai suoi danni che evoca da tempo. Ma chi si aspetta che una tale rivelazione possa capovolgere l'esito del processo è destinato a rimanere deluso. Perlasca infatti afferma di essere stato aiutato dall'amica Genoveffa Ciferri, la quale era a sua volta in contatto con Francesca Chaouqui. Le conversazioni via chat nel merito vengono però, come si è visto, secretate dal promotore di giustizia. La serie di omissis che copre il materiale impedisce così di dimostrare che le accuse di Perlasca, determinanti per le ricostruzioni dell'accusa, sono state in realtà suggerite dalla Chaouqui.

 

Ma le sorprese per il cardinale non sono finite, perché vede il suo nome comparire, come accennato, fra quelli dei prelati nel mirino del dossieraggio nell'ambito del caso Striano, che avrebbe indagato su suoi collaboratori in quella che è ormai nota come “caccia a Becciu”. Secondo la ricostruzione de Il Giornale, questa partirebbe con due lettere di papa Francesco, nelle quali questi avrebbe autorizzato gli inquirenti ad utilizzare pressoché qualunque tipo di informazione relativa alle indagini. 

 

Striano si sarebbe quindi attivato per fare accertamenti su persone vicine a Becciu. All'epoca in cui il luogotenente avrebbe effettuato tali accertamenti, però, il caso non era ancora scoppiato e i nomi di quei collaboratori, alcuni dei quali divenuti poi protagonisti della vicenda, erano sconosciuti. La difesa del cardinale preme per acquisire il fascicolo dell'inchiesta, non ritenendo irragionevole che le informazioni raccolte tramite Striano possano essere state utilizzate per le indagini in Vaticano.

 

È come se, negli ultimi sette anni, intorno a Becciu si fosse sempre mosso qualcosa, ma nessuno sapesse o osasse dire di che cosa si tratti. Una gogna mediatica, un processo in cui vengono meno le basi stesse del diritto alla difesa, le prove d'una macchinazione e un dossieraggio che avrebbe toccato i suoi più stretti collaboratori: è come se qualcuno, per ragioni misteriose, volesse a tutti i costi la distruzione del cardinale.

 


 

Il processo di primo grado si conclude con la condanna di Becciu per peculato, nonostante la sentenza stessa affermi che non si è in alcun modo arricchito mediante le operazioni finanziarie contestate. Nel tentativo di sanare questa contraddizione, nelle motivazioni della sentenza i giudici si richiamano a una sentenza della Cassazione italiana, che varrà pure per la giurisprudenza italiana, ma non ci risulta che possa avere alcun valore per quella di un altro Stato. 

 

Soltanto dopo è stato rivelato il contenuto delle chat che, benché non ancora formalmente desecretate, è stato ormai pubblicate da numerosi organi di informazione, e le difese ne hanno chiesto l'acquisizione e utilizzabilità, sulle quali dovrà pronunciarsi la Corte qualora dovesse aver luogo il processo d’appello.

 

In quegli scambi Becciu vede una ulteriore prova della macchinazione contro di lui, che in una lettera ha espresso “profondo sconcerto” in seguito alla pubblicazione delle conversazioni, coperte da omissis durante il dibattimento, da parte del quotidiano Domani. Il prelato ha sottolineato un messaggio in particolare, inviato dalla Chaouqui alla Ciferri: “Se scoprono che eravamo tutti d'accordo è finita”, affermazione che Becciu ha definito “più che eloquente”.

 

Dagli scambi emerge la capacità della Chaouqui di conoscere e addirittura prevedere aspetti dell'inchiesta che non avrebbero dovuto esserle noti. Arriva a offrire all'amica di Perlasca di farla parlare con il promotore gi giustizia per “tranquillizzare” il monsignore. Non si può non collegare tali affermazioni con l'inspiegabile ribaltamento del ruolo di Perlasca, diventato il teste chiave dell'accusa, mediante il memoriale che lo ha aiutato a scrivere la Ciferri, la quale si sorprende di come la Chaouqui sia in possesso di “indiscrezioni” che non intende però chiederle coma ha fatto ad ottenere, accontentandosi, come afferma, di “aver notato che sono veritiere al cento percento”. Emerge quindi in modo inoppugnabile come Perlasca, che in un primo momento non formula alcuna accusa sull'operato del sostituto, prepari un memoriale che diviene la chiave di volta dell'impianto accusatorio non sulla base di sue rivelazioni o convinzioni, ma in quanto imbeccato.

 

Quella subita dal cardinale Becciu rimane una delle più sconcertanti violazioni dei diritti umani in ambito giudiziario che si sia mai verificata sul territorio europeo nella storia recente, e basterebbero i rescripta a renderla tale. Le domande intorno a questo processo restano per ora senza risposta. Non sappiamo chi ha ordito la macchinazione contro Angelo Becciu e anche il modo in cui si è sviluppata rimane pieno di punti oscuri. Ma soprattutto non ne conosciamo gli scopi: colpire il cardinale doveva essere funzionale a un obiettivo che non abbiamo gli strumenti per decifrare senza timore di errore.

 

Non rimane ora che attendere il pronunciamento della Corte in merito alla richiesta di nullità. E c'è da augurarsi che l'accolga, perché se passa il concetto che è legittimo celebrare un processo nel modo in cui si è sviluppato quello di primo grado avremo un'altra mazzata storica alla cultura dello Stato di diritto

 

Perché questa non si può liquidare culturalmente come una faccenda che riguarda solo il Vaticano, non in un momento in cui siamo chiamati a esprimerci su un referendum che se vinto apporterebbe delle modifiche sostanziali all'assetto attuale della giustizia e al ruolo della magistratura per come l'abbiamo conosciuto negli ultimi trentacinque anni.

 

La questione non è l'innocenza di Becciu o degli altri imputati: se fossero colpevoli, la sentenza andrebbe annullata comunque. È questo il concetto che col passare degli anni sfugge sempre più spesso all'opinione pubblica, complice l'impostazione di buona parte dell'informazione generalista e di alcune forze politiche. 

 

Anche un omicida seriale dev'essere processato secondo le regole dello Stato di diritto, perché se queste vengono meno chiunque può ritrovarsi stritolato in un sistema-giustizia che non offre garanzie a chi ha la disgrazia di finire in mezzo ai suoi ingranaggi.

 

Se non vi fossero dubbi sul modo in cui sono state portate avanti le indagini, se non vi fosse la prova di un condizionamento del supertestimone dell'accusa, se non fosse stato più volte modificato l'ordinamento stesso a sfavore dell'imputato, sarebbe allora logico discutere sull'innocenza o la colpevolezza del cardinale, come alla vigilia di qualunque processo d'appello. Ma poiché le cose non stanno così, non sussistono neppure le basi per un dibattito di questo tipo.

 

L'unica, drammatica e urgente questione di cui discutere è il fatto che, dal momento in cui sono state indagate, delle persone hanno perso i loro diritti. Si sono ritrovate alla mercé di un sistema imprevedibile e sfuggente, nel quale dietro un accusatore se ne celava in realtà un altro e poi un altro ancora, in cui le regole erano liquide anziché solide e in ogni momento ci si poteva trovare davanti a un improvviso ribaltamento. Una giustizia simile a un cataclisma, per affrontare la quale non valgono le leggi della logica, che vengono meno di fronte a un meccanismo impersonale e autoreferenzialeo. 

 

Un incubo che sembra saltato fuori dalle pagine de Il processo di Franz Kafka, ma con echi inevitabili, non fosse che per la condanna che aleggia sul cardinale fin dalle pagine d'inchiesta che precedono le indagini e le sue stesse dimissioni, delle grida con cui la folla invoca la crocifissione in quelle dei Vangeli, letti ogni giorno in una Chiesa che ci sembrava, prima di questo processo, si richiamasse a principi più alti rispetto a quelli, se si possono definire tali, delle derive giustizialiste di stampo populista che hanno caratterizzato purtroppo la narrazione e la comunicazione di questo caso.

 

A partire dal Concilio Vaticano II la Chiesa ha infatti sempre dichiarato il proprio impegno a difesa dello Stato di diritto e dei diritti umani. La Corte d'appello vaticana si trova oggi al bivio fra riconoscere la validità di un procedimento di primo grado che è venuto meno alle premesse stesse di una concezione improntata a tale difesa e negarla.

 

(foto cardinale Becciu Ansa)

 

 


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