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09/08/22 ore

Londra e Parigi: due tragedie, un unico contesto


  • Silvio Pergameno

Un soldato massacrato a Londra da due fanatici islamici, su una strada della periferia della città, in mezzo ai passanti, in un giorno qualunque, in un’ora come un’altra; uno storico di estrema destra suicida a Parigi nella cattedrale della capitale di Francia, nel quadro delle proteste contro la legge sul matrimonio gay, ma con indubbie più estese ispirazioni, come il suicida stesso ha testimoniato in una lettera lasciata sull’altare maggiore della Chiesa. 

 

Due tragici episodi che tornano ancora una volta a richiamare la coscienza europea sulla necessità di fare i conti con il passato recente e meno recente e con la passiva inconcludenza del presente.

 

Un discorso sul quale questa Agenzia insiste e che riporta agli avvitamenti di una condizione esistenziale carica di rischi gravi ai quali non si intravvede rimedio, in mancanza di una riflessione storico politica adeguata che rappresenti il punto di partenza per porre il problema quanto meno sul terreno dell’esatta comprensione dei fatti, che non è certo quello cui era legato il prof. Dominique Venner, che due giorni fa ha rivolto un’arma contro se stesso.

 

Una mancanza da non rimproverare soltanto a Dominique Venner, ripetitore oltranziasta di tutti i temi di una destra che ha smarrito la sua strada: la perdita delle tradizioni, gli atteggiamenti eroici, il razzismo, la decadenza del nostro tempo, il nazionalismo della grandeur e della France éternelle, la cantilena identitaria, dalla quale poi la componente liberale, cioè il vero motore, viene sempre rigorosamente escluso.

 

Una mancanza della quale si pecca non soltanto a destra, ma anche a sinistra e che ha avuto uno dei risvolti più carichi di conseguenze e di rischi nel processo di decolonizzazione, privo di intuito e di guida “politica” nelle nazioni ex coloniali: le vecchie conquiste sono state perdute a prezzo di grandi spargimenti di sangue, i vecchi conquistatori hanno cercato di salvare il salvabile e i nuovi stati si sono configurati sulla base del loro passato, in un clima ampiamente rivendicativo nei confronti degli, ormai ex, occupanti.

 

Né si è avuta cura di mantenere uno stretto legame con la democrazia turca che ha resistito alle pressioni restauratici e ha generato un partito islamico moderno, che vive e opera nella democrazia, mantiene buoni rapporti con lo stato di Israele, ma è stato costretto a tentare di cercare da solo quello che sarebbe stato il compito dell’Europa, e che l’Europa – se ci fosse veramente – potrebbe svolgere con ben altro risalto.

 

Quanto a Venner, con ogni doveroso rispetto per il tragico gesto con il quale ha voluto concludere la sua esistenza, si deve pur osservare che non riesce superabile la sensazione di assoluta inanità che esso ha suscitato e nel quale si rispecchia il vuoto nel presente di ogni pensiero nazionale che ignora la parabola che l’idea di nazione ha percorso dalle sue origini a un declino marcato da un oceano di sangue versato, un vuoto nel quale sta naufragando anche quel valore dell’appartenenza che contiene (ma sempre meno) rettamente individuata sul piano antropologico.


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