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16/07/19 ore

L'emergenza democratica della giustizia italiana


  • Luigi O. Rintallo

Quaderni Radicali 108, in uscita in questi giorni, dedica un ampio Primo piano all’ InGiustizia. il prefisso privativo esplicita la gravità delle patologie della “questione giustizia” in Italia. Patologie che aggrediscono più fronti: dalla vita insostenibile dei carcerati ai guasti irrimediabili sulle istituzioni. Lo stesso ordine della magistratura, sottoposto a devastanti lotte di e per il potere, ha assunto fisionomie irrintracciabili altrove nel mondo. Il sistema giustizia è arrivato a livelli di assoluta controproduttività con drammatici riflessi sul sistema Paese nel suo complesso, che pregiudicano investimenti e condizioni del vivere civile.



 

In molti si sono esercitati nel richiamare somiglianze fra la situazione odierna e quella di vent’anni fa, all’epoca delle inchieste di Mani pulite. Stessa drammatica situazione economica, unita a una profonda crisi della rappresentanza politica. In pochi, tuttavia, hanno notato un particolare: come allora, alcuni protagonisti delle aule giudiziarie smaniano per entrare nell’agone elettorale, abbandonando le toghe per vestire i panni dei leader di partito.

 

È vero che il fenomeno si era manifestato anche in precedenza (ricordiamo il passaggio dal tribunale in Parlamento di Luciano Violante), ma allora si inseriva entro dinamiche più precipuamente politiche. Oggi, è la casta giudiziaria che occupa gli spazi della rappresentanza politica e lo fa in nome della difesa di autonomia, che sconfina però drammaticamente in una pretesa di irresponsabilità che costituisce l’estrema minaccia per la nostra fragile democrazia.

 

L’autonomia dell’ordine giudiziario è sacrosanta. Guai se i suoi componenti, e in primo luogo i magistrati giudicanti, non siano liberi da qualsiasi influenza. Si determinerebbero, altrimenti, le condizioni per un affossamento della sua credibilità e con essa delle possibilità stesse di un ordinamento civile democratico.

 

Da tempo, ormai, tra assedi e ricatti, provocazioni e messaggi trasversali, la giustizia è purtroppo il campo aperto per le scorribande “armate” di fazioni in lotta. Non vi è processo che non possa apparire agli occhi dei cittadini strumentale: sempre insorge il dubbio che venga “usato” per ragioni che rispondono a logiche estranee alla dialettica processuale e alla scoperta della verità.

 

Una degenerazione che risale indietro nel tempo, quando cominciarono a pronunciarsi sentenze in nome del pregiudizio ideologico anziché del diritto (“visti e disapplicati gli articoli del Codice” era la formula di certi pretori).

 

La prima indipendenza da tutelare è proprio quella che preserva il magistrato dalla suggestione o, peggio, dai convincimenti partigiani a detrimento dell’analisi oggettiva dei fatti sui quali interviene. Per questo è vitale che nessun giudice sia posto in stato di soggezione rispetto all’Associazione di categoria che ha assunto oggettive caratterizzazioni di schieramento, oltre che ovviamente a poteri esterni: siano essi politici o mediatici.

 

L’insana relazione con i media costituisce oggi per la magistratura tutta la fonte di inquinamento più nociva per il suo corretto operato. Quando le inchieste si concludono prima ancora che inizino negli uffici giudiziari, perché titoli o trasmissioni tv hanno allestito processi fittizi è chiaro che l’indipendenza del giudice cessa di esistere.

 

Con il collaudato meccanismo di propalazione mirata di notizie, attraverso la collaborazione di testate e giornalisti di riferimento si è creata di fatto una sorta di falange imbattibile che può contare su un potere assoluto e incontrollato, del tutto anomalo in un sistema che voglia continuare a definirsi democratico.

 

Senza questa sinergia fra toghe e giornalisti le indagini giudiziarie non potrebbero essere usate nel modo, del tutto strumentale, volto a condizionare scelte e indirizzi dell’opinione pubblica al fine di realizzare disegni politici che prescindono da una chiara espressione della volontà popolare.

 

Lo si è visto di recente con l’attacco insinuante contro il presidente Napolitano, trascinato artatamente nella fumosa indagine palermitana attorno alla presunta trattativa fra Stato e mafia che avrebbe coinvolto ministri e funzionari della Repubblica nel 1992-93...

 

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