Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

28/07/17 ore

Dopo il referendum: le tesi di Cicchitto e D’Alema


  • Silvio Pergameno

Gli onorevoli Cicchitto e D‘Alema hanno inviato aIl Foglio (sabato 7 gennaio) alcune considerazioni sul che fare dopo il referendum, esprimendo orientamenti tra loro molto diversi. Il primo si muove sul terreno dei rapporti tra forze politiche, cosa può fare il governo per attenuare la spinta dal basso che sui scarica sui populismi dei “5 stelle “ e della ”Lega” problemi veri, quali possono essere le premesse per una nuova legge elettorale (niente Mattarellum – maggioritario con una quota proporzionale, ma nemmeno Consultellum – proporzionale pura, così chiamato quel che è restato del Porcellum con la sentenza della Consulta), mentre Renzi dovrebbe rilanciare la sua immagine nel paese in  modo più disteso e Berlusconi dovrebbe scegliere: o il PD riformista o Toti, per abbracciare Salvini (preferibilmente il primo) mentre D’Alema porta il discorso su un piano del tutto diverso: ci sono centocinquanta giorni per fare una riforma limitata, ma chiara.

 

Tre articoletti, egli dice, per stabilire:

 

1) I deputati vengono ridotti a 400 e i senatori a 200;

2) Se nel passaggio tra Camera e Senato (o viceversa) si cambia qualche cosa, c’è un Comitato di conciliazione che predispone un testo conclusivo su cui c’è il voto finale;

3) La fiducia al Governo la dà solo la Camera dei deputati.

 

Facile rilevare che si tratta di due impostazioni diremmo opposte: la prima si muove sul terreno del merito o meglio delle premesse del merito, la seconda su quello del metodo ed è altrettanto facile rendersi conto del fatto che la seconda appare più fattibile e in fondo più consona a quello che era lo scopo del referendum. Lasciamo perdere se D’Alema abbia voluto dare una risposta a Renzi (“Vedi come sarebbe stato facile mettersi d’accordo?”) – sono questioni interne al PD -, ma in effetti D’Alema viene incontro ad alcuni degli obbiettivi che la legge costituzionale, oggetto del referendum, voleva raggiungere:

 

- ridurre il numero dei parlamentari;

- eliminare (come lui stesso dice) la cosiddetta navetta, il vai e vieni tra Camera e Senato delle leggi in corso di approvazione in Parlamento  ;

- sottoporre la fiducia al solo voto dei deputati; cioè:

- il primo punto mira a favorire la governabilità (meno galli ci sono a cantare e prima fa giorno… e non è solo in questione il numero dei …parlatori, ma anche quello delle opinioni che vengono in conflitto);

- il secondo colpisce anche le manovre che approfittano del meccanismo costituzionale per la formazione delle leggi solo per perdere tempo;

- il terzo apre la strada alla riforma del Senato, che, se non deve dare la fiducia, diventa più… riformabile.

 

Abbiamo sempre pensato, e scritto, che pur con tutti i suoi limiti, a il PD resta l’unico residuo di classe politica con un passato alle spalle e che, per di più, la riforma messa in atto da Renzi era orientata sul metodo, premessa indispensabile per affrontare il merito.

 

La lezione liberale o mi sbaglio?…E lo stesso D’Alema, quando formula il punto 2 della sua proposta, ricorda il “sistema americano”… ah questi cow boy! 

 

 


Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna