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16/12/17 ore

Quaderni Radicali 114, Per riflettere sul Partito Democratico


  • Giuseppe Rippa

Per riflettere sul Partito Democratico, a dieci anni dalla sua nascita e nella situazione politica che si è venuta a determinare, è necessario richiamare alcuni momenti della sua gestazione e ricordare come la ricostruzione che ne ha fatto l’informazione ufficiale li ha con molta accortezza eliminati.

 

Il PD fu fondato il 14 ottobre 2007. Il 16 febbraio 2008 era stato approvato il Manifesto dei valori: “… il Partito Democratico intende contribuire a costruire e consolidare, in Europa e nel mondo, un ampio campo riformista, europeista e di centro-sinistra, operando in un rapporto organico con le principali forze socialiste, democratiche, progressiste e promuovendone l'azione comune”.

 

Nel 2003 Michele Salvati, deputato eletto nelle liste dei Democratici di sinistra, in alcuni articoli pubblicati sui quotidiani «Il Foglio» e «la Repubblica» – riporta la vulgata ufficiale - delineò un nuovo partito, nato dalla riunione di tutte le correnti riformistiche moderate della storia italiana di cui tanto si è parlato a proposito dell'Ulivo, per formare così un partito di sinistra moderata (o centro-sinistra, se si preferisce), con un nome immediato, semplice e fortemente evocativo. L'idea di Salvati fu ripresa tre mesi dopo da Romano Prodi, all'epoca Presidente della Commissione europea. Per le elezioni europee del 2004 nacque così la lista Uniti nell'Ulivo, composta da Democratici di Sinistra, Margherita, Socialisti Democratici Italiani e Movimento Repubblicani Europei; la lista unitaria raccolse il 31,1% dei voti, eleggendo 25 europarlamentari. La lista unitaria si ripresentò anche in 9 delle 14 regioni chiamate al voto alle elezioni regionali del 2005, tenutesi in aprile.

 

Il 16 ottobre 2005, in vista delle imminenti elezioni politiche del 2006, si tennero le elezioni primarie per scegliere il leader della nuova coalizione di centro-sinistra che riuniva, oltre ai partiti dell'Ulivo, anche la maggior parte delle forze di opposizione alla maggioranza di centro-destra e che prese il nome de L'Unione. I membri della federazione dell'Ulivo (comunemente chiamata anche Fed) sostennero la candidatura di Romano Prodi che, con il 74% dei voti, divenne il candidato Presidente del Consiglio dell'Unione. Il successo delle primarie convinse anche La Margherita, seppur inizialmente titubante, a presentare una lista unitaria dell'Ulivo insieme ai DS alle politiche del 2006 per l'elezione della Camera dei deputati, mentre ciascun partito avrebbe corso con il proprio simbolo al Senato. Nella lista unitaria non si presentarono tuttavia i socialisti dello SDI, che preferirono partecipare al progetto della Rosa nel pugno, dichiarandosi non interessati alla costituzione di un partito unico di centro-sinistra.

 

Visti il successo della lista unitaria dell'Ulivo alle elezioni del 2006, che alla Camera ottenne il 31,2%, e la vittoria elettorale dell'Unione, seppur con margini ristretti, con la conseguente nomina a Presidente del Consiglio di Romano Prodi, i partiti fondatori della lista decisero di continuare il percorso verso la formazione di un partito unico. Nacquero numerose associazioni che rivendicarono la partecipazione attiva dei cittadini, anche di quelli non iscritti ad alcun partito, alla formazione del Partito Democratico (? ndr). Romano Prodi inoltre, in prima persona, nel corso del 2006, incaricò tredici personalità di spicco del mondo della cultura e della politica di redigere un Manifesto per il Partito Democratico, documento che venne reso pubblico appunto nel dicembre del 2006…

 

Si può dire che quello che è scritto sul sito Wikipedia è sostanzialmente tutto vero. Quello che non viene richiamato (e si tratta di una assenza rilevante nel processo formativo di quello che poi diviene PD) è che intorno alla questione “Partito democratico” vi erano state numerose iniziative, di Marco Pannella e del partito radicale in primo luogo, che proprio «Quaderni Radicali», in un numero del maggio 2006 (Un lungo cammino, a cura di Roberta Jannuzzi; n. 95/96), aveva ricostruito nel mentre si muovevano gli attori del partito “nascente”. Una omissione che in qualche modo quasi spiegava alcuni aspetti deficitari del partito (oggi ben evidenti) e che – nella esclusione dei filoni culturali liberali, radicali, libertari, ma anche socialisti e cattolici liberali – descriveva quasi compiutamente la natura della cosiddetta “fusione a freddo” di cui molti hanno parlato in questo numero della rivista ma anche negli altri numeri di «QR» che sono stati dedicati proprio al Partito democratico (La sinistra e la questione liberale, Un domani al Partito democratico, Due anni con Renzi – forza e dissolvenza).

 

In fondo parlare di Partito democratico significa parlare principalmente di democrazia, della sua crisi e del perché ci si costituisce come Partito Democratico per arginare la sua deriva. In fondo avere un po’ di matrice democratica non sarebbe guastato… Ma procediamo con ordine...

 

- prosegui la lettura su Quaderni Radicali 114

 

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- Il perché del numero nella video-rubrica Maledetta Politica

 

 


Commenti   

 
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0 #4 ilSocialista 2017-07-01 01:12
in questo futuro contesto, forse mancherà una autentica cultura liberale, forse mancherà pure un autentico partito democratico, ma sicuramente della cosa nessuno se ne accorgerà perchè di indossare o meno il doppiopetto nessuno si accorge mentre lo porta via uno tsunami
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0 #3 ilSocialista 2017-06-30 21:52
la lotta diventerà di pura sopravvivenza nei lustri a venire, quando l'automazione cancellerà una quantità devastante di forme lavorative semplici nei servizi, del tipo commessi, cassieri, ecc. ; nella industria ovviamente sarà peggio; e mettiamo nel conto per l'Italia di 250/300 migranti mila annui, braccia nude non qualificate a cui trovare qualcosa da fare sarà praticamente impossibile e lo sarebbe stato anche nel pieno del fordismo quando al FIAT impiegava centinaia e centinaia di migliaia di operai; alla lunga ne conseguirà più che la integrazionne italiana degli africani la africanizzazion e di contesti italiani più periferici e marginali; il quadro si preannuncia semplicemente esplosivo e chi farà politica nel partito democratico o fuori forse tornerà, tempo una decina di anni, a rischiare la pelle.
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0 #2 ilSocialista 2017-06-30 21:49
E poi per la sinistra c'è il problema di uno spappolamento sociale che non ha nulla di paragonabile con quanto esisteva di omogeneo in epoca fordista; ormai le forme di sottoccupazione e e precariato sono talmente tali, tante, frammentate ed intersecate che si delinea una feroce lotta intestina tra più garantiti e meno garantiti come si vede qui:
http://www.lastampa.it/2017/06/30/italia/cronache/operai-precari-contro-i-garantiti-in-fabbrica-la-guerra-tra-poveri-oZnJbTFyLHg3USi1jyPWsO/pagina.html
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0 #1 ilSocialista 2017-06-30 21:35
mah sai, c'è la crisi della democrazia che è un fenomomeno globale e che è dovuto essenzialmente alla ascesa di straordinari poteri sostanziali globali e finanziari; anche qui il fenomeno è vecchio come il cucco dell'ara pacis e ricorda, mutatis mutandis, lo schiattamento inevitabile della quota di democrazia romana di fronte all'estendersi dell'impero e al crearsi di diseguaglianze catitalistiche che nulla avevano a che fare col tradizionale mondo rurale romano dei patrizi e dei plebei.
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