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23/10/17 ore

Forse una strada nuova per l’Europa?


  • Silvio Pergameno

Jean Paul Junker, Presidente della Commissione europea, ha pochi giorni fa formulato con molta enfasi e proprio davanti al Parlamento europeo (naturale destinatario politico) una serie di proposte che delineano con chiarezza un rilancio della politica di avanzamento nell’integrazione europea, che da diversi anni ormai segnava il passo: creare un Ministro europeo dell’economia e delle  finanze, che sia anche presidente dell’Eurogruppo, fondere la Commissione con il Consiglio Europeo (con un unico presidente), istituire un sistema di vigilanza europeo con attenzione alle punte dello Stato islamico in Europa, promuovere il libero scambio con l’America Latina, il Giappone, l’Australia e altri paesi nel mondo…

 

Né si può dubitare che Junker - proprio alla vigilia delle elezioni in Germania -  si sia mosso senza l’approvazione di Angela Merkel, così come è palese che queste… novità vanno nella stessa direzione delle indicazioni date da Emmanuel Macron sin dalla campagna elettorale della scorsa primavera e poi spesso riprese nel corso dei mesi passati.

 

Le proposte di Junker potrebbero delineare notevoli cambiamenti, sia nelle modalità per affrontare le crisi del debito pubblico di uno stato o i tentativi di speculazione internazionale, per regolare il possesso di titoli da parte delle banche e potrebbero ben presto servire per la formulazione di un piano di investimenti in tanti paesi africani al fine di dar vita alle condizioni per creare lavoro in Africa, smorzando la spinta alle migrazioni verso i paesi europei, secondo una prospettiva democratica e umanitaria e, comunque, anche per una politica di accoglienza in tutti i paesi europei, degna di queste nome.

 

Nell’abituale fondo domenicale su “la Repubblica”, Eugenio Scalfari ha parlato di ”un evento che nessuno si attendeva” e di “Europa di Ventotene”, con ovvio riferimento a quel “Manifesto di Ventotene” nel quale Altiero Spinelli con Ernesto Rossi e Colorni – confinati durante l’ultima guerra nell’isolotto dell’Arcipelago delle ponziane – indicarono la necessità di una Federazione europea per salvare la democrazia nel vecchio continente, una battaglia alla quale Spinelli ha, come è noto dedicato, dedicato l’intera esistenza. 

 

Il rilancio proposto da Junker sembra però segnare un metodo nuovo, e realistico, per procedere nell’ avanzamento del processo di costruzione di un‘Europa sempre più integrata, in particolare dopo il  tentativo di Giuliano Amato e di Valéry Giscard d’Estaing nel 2005 di dar vita a una costituzione   europea, fallito per le resistenze nazionali delle forze politiche e delle stesse popolazioni, sensibili a una supposta diminuzione della sovranità, interpretata come un attentato per la propria democrazia.

 

Sembra che attualmente, invece, si cerchi di muovere dal principio di costruire istituzioni europee per affrontare gravissimi problemi con i quali i singoli stati non sono in grado di confrontarsi da soli: non si tratta cioè di  sottrarre briciole di sovranità agli stati nazionali, perché alle nuove istituzioni europee si affidano solo compiti rispetto ai quali la sovranità nazionale resta in concreto del tutto assente. 

 

Jean Paul Junker, nel presentare le proposte di cui si è fatto cenno, non ha potuto fare a meno di ricordare l’Inghilterra: era impossibile e infine tenuto a sottolineare il fatto che la Brexit deve esser considerata una perdita per l’Unione Europea, stante il patrimonio politico e culturale della nazione inglese; il che è certamente vero. Ma non si può trascurare la circostanza che il Regno Unito ha rappresentato, sin dagli inizi, il più forte ostacolo alla prospettiva di una Federazione del continente, ha sempre pensato alla creazione solo di una zona di libero scambio, non ha aderito all’euro ed ha poi finito con il tirarsi fuori.

 

Non meravigli: gli inglesi hanno costruito la democrazia dei tempi moderni nel corso di tanti secoli, in un processo di stratificazione sedimentato nell’anima della nazione inglese e dei suoi cittadini, che avranno  bisogno di tempi più lunghi per accettare la creazione di livelli di sovranità europea, anche se assolutamente indispensabili, anche se non rappresentano affatto perdite di sovranità nazionale, ma integrazioni della stessa, diventata ormai inadeguata. E loro stessi lo stanno già sperimentando, ai loro danni. Noi dobbiamo andare avanti e aspettarli andando avanti.

 

 


Commenti   

 
0 #2 ilSocialista 2017-09-20 01:28
tutto questo è normalmente e più facile in momenti strorici in cui lo sviluppo economico è distribuito un pò su tutte le classi sociali; non è questo il momento ovviamente; come tutti sanno non è questo il momento; in questo momento i benefici della poca crescita che c'è si concentrano su non molti, mentre il resto della gente scende comunque verso il basso; in tali fasi li malesseri sociali inespressi generano spinte alla disgregazione più che al consolidamento tra stati; i dissidi tra spagna e catalogna ne sono la dimostrazione plastica come la brexit
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0 #1 ilSocialista 2017-09-20 01:22
ma, sai per fare l'europa unita occorre chiaramente entrare nella ottica che le regioni produttivamente più forti redistribuiscon o fiscalmente i soldi alle meno forti; uno Stato unitario non può prescindere da forme di socialismo territoriale; è successo e succede per l'Italia in cui un secolo e mezzo di unità non ha attutito le differenze; difficile pensare che tra 150 anni il reddito delle regioni più povere della Bulgaria (8.400 euro) possa pareggiare quello della Inner London (167.500); la contropartita delle regioni ricche è ovviamente che possono aggredire mercati più deboli totalmente aperti e colonizzarli;
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