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19/10/19 ore

Prime note sulla crisi di governo ...


  • Luigi O. Rintallo

Alla fine, a giovarsi dei consigli del napoletano Chitarrella è stato il milanese Salvini e non il campano Di Maio: il leader della Lega ha deciso di “sparigliare”, come nello scopone, e pare ormai convinto che l’esperienza di governo con i 5Stelle non possa continuare. Sul n. 115 di «Quaderni Radicali» (febbraio 2019), sin dall’inizio di quest’anno, avevamo rilevato il “falso cambiamento” del governo Conte, evidenziando come fosse stato “maieuticamente plasmato o subito” dal Quirinale all’insegna della “strategia di sempre dell’establishment italiano, contrassegnata dal consueto gattopardismo”.

 

Le forze politiche che lo componevano hanno di fatto assecondato il disegno, ma ora dopo il risultato delle elezioni europee alla Lega preme convertire i consensi ottenuti sul mercato del Parlamento nazionale, rovesciando a suo favore i rapporti di forza con quello che è stato finora il partner della coalizione di maggioranza.

 

Le prospettive per il dopo, nondimeno, sono tutt’altro che chiare perché il partito di Salvini non sembra intenzionato a riproporre la coalizione di centro-destra presentatasi al voto del 4 marzo 2018, né è pensabile che in caso di elezioni possa rinnovarsi un’alleanza che coinvolga parte del Movimento 5 stelle disposta a entrare in un governo a guida leghista. Cosa abbia spinto Matteo Salvini può spiegarsi, forse, al di là delle note ufficiali che parlano delle divergenze programmatiche su giustizia, fisco e sviluppo delle infrastrutture, se si considerano i convincimenti da lui maturati in queste ultime settimane.

 

Sono due le molle che hanno spinto verso questa decisione: in primo luogo, la percezione che lo sfondamento della Lega sotto il Garigliano non ha assunto la fisionomia di un evento scontato e, di conseguenza, l’obbligatorietà di fare affidamento soprattutto al retroterra tradizionale della Lega, vale a dire le regioni del centro-nord con le loro domande sociali ed economiche; in secondo luogo, l’aver valutato che il temuto governo tecnico con esclusione della Lega sostenuto da una “maggioranza” di responsabili, eventualmente promosso dal Quirinale, si scontra con la volontà della nuova segreteria del PD propensa ora a vedersi confermata dalle urne, anche per sciogliere la diatriba interna con la componente dei renziani.

 

Senza dubbio la possibilità di un rinvio sine die delle elezioni rimane concreta, anche perché nel Parlamento non sono pochi a voler scongiurare il voto, anche se alcuni dichiarano il contrario, – da Berlusconi a Renzi e i 5Stelle – ma può darsi che Salvini abbia messo nel conto anche questo, ritenendo che la cosiddetta “traversata nel deserto” non sia del tutto controproducente.

 

Da parte sua il PD si trova pur sempre in una condizione di ambiguità, dal momento che ancora non definisce quale sarà la sua strategia sulle questioni dirimenti della politica: dalla gestione dell’immigrazione all’Europa, dalla giustizia al lavoro non registriamo tanto un’afasia quanto un caotico rimbalzo di voci contrastanti tra loro.

 

Il tempo odierno richiede una forza politica che si ponga in alternativa al cosiddetto “sovranismo populista”, ma che risponda a criteri dai contorni chiari senza oscillare sulla questione dei migranti tra Minniti e Bergoglio o, sul problema dell’Europa, tra la sottomissione ai dettati franco-tedeschi e il rilancio di una prospettiva che dia forza alle democrazie occidentali (e quindi con Stati Uniti e Gran Bretagna) in vista dello storico confronto con i sistemi autoritari.

 

Quanto al Movimento 5 Stelle non si può fare a meno di constatare che nella sua stessa natura etero-diretta risiedono le ragioni del suo ridimensionamento. In fondo a molti suoi esponenti è accaduta la stessa cosa che toccò a Renzi, qualche anno fa: quando hanno iniziato a farsi dettare le prese di posizione o a indirizzare nelle scelte dal coté dei soggetti informativi legati alla “testata unica” Corriere-Repubblica, è cominciato inevitabilmente lo scollamento dal consenso dei cittadini.

 

Tanto che alla fine lo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha finito per illudersi di avere davvero la statura di un Aldo Moro, come aveva sostenuto il 16 luglio scorso in un suo editoriale Eugenio Scalfari.

 

Dalle dichiarazioni rilasciate in queste ore dal premier, ciascuno può giudicare la congruità di quel paragone.

 


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