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03/07/20 ore

Tatticismo inutile senza cultura liberale. A margine del presunto machiavellismo di Renzi


  • Luigi O. Rintallo

Renzi? Oggi è un grosso problema”. Così si sarebbe espresso il neo-ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, rivolto alla sua omologa tedesca Michelle Müntefering che chiedeva delucidazioni sulle iniziative dell’ex premier fiorentino. Inevitabile, per chi leggeva del “siparietto” riportato sulla stampa, pensare che in realtà Franceschini pronunciava quelle parole più a sé stesso che all’interlocutrice straniera, quasi ad evocare una sua personale apprensione.

 

Con la decisione di creare gruppi parlamentari autonomi dal PDMatteo Renzi ha in effetti agitato le acque solcate dal neonato governo Conte due sostenuto da PD Movimento 5 Stelle. Pur convergenti nell’operazione che ha riportato dentro le stanze del governo il PD, Franceschini e Renzi non hanno tuttavia identiche mire e da qui affiorano le preoccupazioni del primo. 

 

L’obiettivo di Renzi, sebbene conseguito con spregiudicatezza di cui egli stesso si è vantato il 17 settembre a «Porta a porta» quando ha dichiarato di aver fatto “un’operazione machiavellica”, presenta contorni abbastanza chiari.

 

Aver sottratto una quarantina di parlamentari al PD, gli consente di far figurare la nuova formazione come autonomo soggetto sostenitore del governo e quindi di esercitare una pressione nel confronto sia sulle scelte politiche e sia, soprattutto, sulle prossime nomine di enti e società partecipate. A differenza del leader della Lega, che nel momento decisivo della sua azione si è trovato scoperto sul fronte dell’interfaccia con gli apparati pubblici, a Renzi preme assicurarsene un vasto controllo.

 

Da questo punto di vista, pertanto, non hanno torto i molti osservatori che hanno inquadrato l’iniziativa renziana come un’operazione di potere. D’altronde, però, qui non interessa valutarla sotto i suoi risvolti morali bensì sotto l’aspetto della prospettiva politica con tutti i corollari che l’accompagnano.

 

Il punto critico consiste, infatti, nel non muovere da una reale differenziazione di sostanza politica: il nuovo soggetto politico è forse in antitesi al giustizialismo dominante nell’anti-politica dei 5Stelle e delle altre componenti del PD? Oppure si distingue davvero dalle logiche assistenzialiste in economia? Niente affatto.

 


 

Inoltre incrementa ulteriormente l’equivoco in politica, dal momento che assemblando anche i resti alogenici del Psi rappresentato in Senato da Riccardo Nencini, da un lato sgretola perfino il residuo lessicale comunque legato all’area laico-socialista e, dall’altro lato, ne corrode irrimediabilmente l’identità politica. Nel ricercare il suo spazio politico, Renzi rivela davvero la sua sostanza di “rottamatore”: nel senso che devasta il terreno dove far crescere la possibilità di un’area che sia espressione di un indirizzo realmente riformatore.

 

Se ciò accade – va riconosciuto – non si deve soltanto al debordante attivismo renziano, proteso in primo luogo a creare le condizioni per una rentrée in grande stile di qui a nemmeno molti mesi, ma anche alla scheletricità di ogni altra presenza nel campo liberal-democratico, a cominciare da quella alla quale da tempo lavora Carlo Calenda.

 

Che l’intero disegno di Matteo Renzi possa davvero realizzarsi a pieno è tutto da vedere. Molte sono ancora le incognite, a cominciare dalle possibili reazioni degli altri attori sulla scena politica. Tuttavia, una cosa appare di tutta evidenza: in questa fiera del tatticismo politico, permane una granitica indifferenza rispetto a tutte le questioni dirimenti della società italiana.

 

Esse si chiamano: giustiziaimmigrazionestagnazione economica. Intimamente collegate tra loro, le criticità di questi problemi bloccano il Paese e ne impediscono lo sviluppo: per affrontarle occorrerebbe una decisa svolta politica in senso liberale e radicale, che di certo i campioni del gattopardismo della politica italiana – in un arco completo che va da Grillo Renzi – si guardano bene dal determinare.

 

 


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