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03/07/20 ore

L’Europa e il sovranismo


  • Silvio Pergameno

Nel dibattito politico quotidiano l’Europa viene spesso, anzi quasi sempre chiamata in causa quando si parla di temi cosiddetti internazionali, che poi toccano quasi sempre problemi interni

 

In tempi di fiacca economica, poi, è naturale che venga in causa il discorso sulla crescita, sull’insufficienza di un’inflazione che non va oltre l’1%, mentre quella auspicata in tempi normali si aggira sul doppio e quando, come oggi, occorre uno stimolo particolare sarebbe auspicabile una spintarella ancor più forte, come in realtà fa soltanto – nell’ambito delle sue competenze - Mario Draghi, Presidente della BCE.

 

Grandi sono poi le doglianze rivolte a Bruxelles per la politica di esagerata attenzione dedicata al controllo del debito pubblico degli stati membri, italiano in particolare… e con buone ragioni se si riflette sul fatto che è a furia di debiti che siamo sempre andati avanti…. E si invoca un atteggiamento più flessibile, termine forbito e poco preoccupante, solo che, nella richiesta, che è condivisibile, è però sbagliato l’indirizzo, perché i cordoni della borsa non stanno a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea, ma a Berlino e all’Aia, paesi che hanno accumulato forti riserve finanziarie e che non investono: una politica antieconomica dettata da ragioni di potere. La politica di chi ha in mano il coltello dalla parte del manico.

 

Potere nazionale e antieuropeo, assai più forte di quello ingenuamente invocato da Salvini lo scorso agosto e ben articolato e consolidato dal tempo del secondo dopoguerra, quando gli stati si sono resi conto (finalmente) dei guai del nazionalismo esasperato e hanno cominciato a parlare di unione europea. Sono passati settant’anni, più che dall’unità d’Italia al fascismo, l’Unione europea è arrivata, ma i poteri sono rimasti in gran parte agli stati membri.

 

Il sovranismo salviniano cioè è soltanto una punta estrema, e abbastanza verbosa, di una condizione nella quale il sovranismo esistente è saldo, soprattutto perché ben aggiustato e mascherato: le decisioni dell’Unione sono prese all’unanimità.

 

Intanto la condizione politica interna è quanto mai preoccupante. La vittoria del populismo nelle elezioni dello scorso anno ha origini lontane, probabilmente negli anni settanta, quando dopo la rivolta del 1968 ha cominciato a mettere in crisi nella coscienza popolare la centralità dei partiti, strumenti essenziali in una democrazia liberale, cioè rappresentativa. Nel nostro passato di radicali ha avuto una parte di rilievo la critica ai partiti della prima e della seconda repubblica, ai quali si rimproverava di essere strumenti di potere e non associazioni di cittadini uniti per fare politica, come indicato nell’art. 49 della costituzione.

 

Ma noi radicali si era voluto essere “partito”, il partito dei diritti civili, nel quale i singoli sono responsabili del fare politica in quanto soggetti dei diritti rivendicati (soggetti attivi e non meri destinatari dell’opera delle strutture partitiche) e operano con mezzi nonviolenti. Il divorzio e l’aborto negli anni settanta furono conquistati “costringendo” i partiti a rompere il regime che avevano edificato e strutturato con le leggi della Repubblica. Ma certo senza mettere in discussione la democrazia rappresentativa.

 

Il “regime”, comunque, non è stato cambiato e alla fine è crollato e con esso i partiti sono scomparsi, senza trovare nuove forme di associazione e di iniziativa politica e di orientamento politico. Il terreno ideale per l’affermarsi del populismo, sulla base della premessa della democrazia diretta, non più rappresentativa.

 

Mentre, logicamente, arriva la proposta di modifica della costituzione, per introdurre il referendum cosiddetto “propositivo”, la possibilità cioè di affidare al popolo anche il potere di approvare le leggi. 

 

Intanto al governo dei populisti è succeduto quello del Movimento “5 stelle” con il “PD”, al quale si rivolge dal paese l’attesa di un’opera di inserimento dei populisti nel pieno quadro costituzionale. Non sarà né facile né probabile…

 

 


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