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01/04/20 ore

L’umanesimo di Albert Camus a sessant’anni dalla sua morte


  • Enrico Rufi

Sono passati sessant’anni dalla scomparsa di Albert Camus. Se ne andò all’improvviso, il pomeriggio del 4 gennaio 1960, ucciso in un incidente stradale a pochi chilometri da Parigi. Ebbe il tempo però di lasciare parecchie risposte al nostro presente, dalla Primavera di Praga in poi. 

 

Leggeremo che Camus ebbe il torto di aver avuto ragione troppo presto. Cercheremo probabilmente invano l’eco della sua invettiva contro chi voleva distruggere lo Stato d’Israele con l’alibi dell’anticolonialismo, o ancora delle sue accorate parole contro la mistificazione dell’indipendenza algerina: migliaia di innocenti sarebbero stati sgozzati nei decenni successivi nell’indipendentissima Algeria.

 

Prepariamoci perciò anche a vederlo strumentalizzato in chiave anticatalanista da qualche socialista iberico e isterico e da qualche giulivo europeista, di quelli che confidano nel buon cuore degli Stati-Nazione per edificare l’unione politica dell’Europa. 

 

Molto difficilmente troveremmo oggi Camus dalla parte di chi sostiene lo status quo a Madrid e a Bruxelles, lui schierato fin dallo scoppio della Guerra di Spagna in difesa della Repubblica e delle sue spinte federaliste. Lui che voleva una Cabilia - di cultura e lingua berbera - federata con l’Algeria, a sua volta federata con la Francia. Lui che come gran parte dei fondatori del movimento federalista non fece mai sua la parola d’ordine ‘‘Stati Uniti d’Europa’’, perché vedeva una simile entità come una lega di Stati centralisti ormai superati dalla Storia.

 

Per lui nell’Europa post bellica non doveva esserci più spazio per gli Stati-Nazione, che se da una parte si dovevano diluire in una struttura sovranazionale, dall’altra dovevano disarticolarsi cedendo sovranità verso il basso, verso comunità territoriali o regionali politicamente autonome. C’è da scommetterci, quindi, che avrebbe visto la crisi catalana come un'opportunità per l'Europa, un prezioso contributo nella direzione del federalismo, non un pericolo. 

 

Albert Camus è stato, e in buona parte lo è tuttora, faccenda della sinistra, perché fu a sinistra che fecero scandalo i suoi articoli, i suoi libri e le sue scelte; fu la sinistra a scomunicarlo, ed è la sinistra che ha poi dovuto riabilitarlo. Ed è alla sinistra che Camus lasciò la sua eredità

 

Nei due decenni che vanno dagli anni della Resistenza fino alla sua morte, le posizioni di Camus definirono in Francia soprattutto l’ ‘‘altra’’ sinistra, quella che si strinse durante la guerra e subito dopo la Liberazione attorno al giornale Combat, quella che ripudiava il principio che il fine giustifica i mezzi, perché l’uomo non vale tanto perle prodezze che è capace di compiere, quanto per quello che vieta a sé stesso di fare, per la capacità di resistere a sé stesso. Yes we can, certo, ma non qualsiasi cosa. Rifiutandosi di distinguere tra vittime sospette e carnefici con attenuanti, Camus non poteva non entrare in collisione con il Partito Comunista e con i suoi fiancheggiatori. 

 

Sfidare chi sposa cause perse conviene sempre, perché prima o poi si finisce per aver ragione, ricorderebbe Giovannino Guareschi uscendo soddisfatto oggi dalla proiezione de La Rabbia, pellicola misconosciuta che documenta la strana collaborazione tra il papà di Don Camillo e Pasolini. È un peccato che Camus non abbia avuto il tempo di vedere questo film, che è del 1963.

 

Quando nel ’68 si alzarono le barricate nel Quartiere Latino, parve di riconoscere Camus tra gli insorti del «ribellarsi è giusto», ma il loro DNA portava ancora il seme del nichilismo. Dell’esigenza della misura e del limite si perse ben presto ogni traccia nei deandreiani «cuccioli del maggio». 

 

L’Homme révolté, l’uomo in rivolta nella traduzione italiana, rappresenta una pietra miliare dell’unico umanesimo che dai tempi della Ginestra di Giacomo Leopardi non ha mai dovuto intonare mea culpa, perché non ha mai sacrificato alcun essere umano ad alcun sacro traguardo. 

 

«La tradizione camusiana in Italia da Giacomo Leopardi a Marco Pannella» è l’ardita sintesi di una comunicazione che ebbi a fare anni fa ai camusiani di Francia per raccontare il filone liberal-socialista italiano, il filone libertario, per usare il lessico camusiano: uomini – più di uno, tra l’altro, amico di Camus – come Piero Gobetti, Carlo e Aldo Rosselli, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei, Nicola Chiaromonte, Ignazio Silone…

 

Tuttavia, gli inquisitori dell’epoca – epoca sartriana - avevano a che fare più con un blasfemo che con un eretico, che andava dicendo che lui la libertà l’aveva imparata nella miseria, la miseria dei quartieri proletari di Algeri o della Cabilia, no in Carlo Marx

 

Doppiamente blasfemo, lui che vedeva in Cristo una vittima innocente in più che con il suo sacrificio «denuncia in Dio il padre della morte e il supremo scandalo». Molto cristianamente sostenava l’autore della Peste che bisogna incontrare l’amore prima di incontrare la morale, altrimenti muoiono sia l’amore che la morale.

 

Al contrario dell’esistenzialismo e delle dottrine storicistiche, nelle quali il valore è conquistato – ove lo si conquisti – al termine dell’azione, il rivoltoso camusiano rigetta in toto le teorie rivoluzionaristiche e messianiche. Difende un valore preesistente: l’uomo e la sua natura.

 

 «Ogni generazione crede di avere la missione di rifare il mondo. Il compito della mia generazione, diceva Camus, è forse ancora più grande. Consiste nell’impedire che il mondo si sfasci».

 

Conservatorismo? No. Fedeltà all’Uomo-Sisifo, che è lotta continua e graduale, lotta quotidiana in difesa della democrazia, dello Stato di Diritto, della dignità umana. 

 

E poi, via, un conservatore non direbbe mai di preferire sempre e comunque il disordine all’ingiustizia! Chiedetelo a Guareschi. Confermerà.

 

Camus et l’Italie.  La tradizione camusiana in Italia da Giacomo Leopardi a Marco Pannella (ottobre 2005) di E.R.

 

 


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