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12/07/24 ore

Draghi lascia per non restare intrappolato nella recita predisposta


  • Luigi O. Rintallo

È ben comprensibile che commentatori e analisti politici facciano di tutto per ignorare il ferreo postulato che regola da diverso tempo le vicende italiane e che recita: “nulla di quanto accade e accadrà è nella determinazione della classe dirigente nazionale, sia istituzionale che in senso più largo sociale ed economica”. Qualora non lo facessero, gran parte della “narrazione unica” proposta in questa occasione sarebbe completamente smontata, a cominciare dalle “magnifiche sorti e progressive” che si sarebbero aperte al Paese se solo il governo Draghi fosse rimasto.

 

È una narrazione modellata sulla logica controfattuale, per cui si parte da un’ipotesi assiomatica e non dimostrabile per ricavarne a catena una serie di conseguenze presentate come incontrovertibili. Viene riproposta ora per l’odierna crisi di governo uno schema già noto. Soltanto che stenta a reggere alla prova dei fatti, visto che i mesi che l’hanno preceduta hanno prodotto una curva discendente in negativo di molti dati significativi per la valutazione di un’azione di governo, delle sue problematicità interne e su chi metteva effettivamente ostacoli.

 

Dall’inflazione trovata all’1% e oggi salita all’8% all’aumento di confusione a proposito del covid, con il suo devastante portato di dubbi, non solo a livello medico ma pure economico-sociale. La ripercussione di tali dati negativi riguarda anche la gestione del PNRR, già adesso evidentemente superato dai mutamenti intervenuti con la guerra e le sanzioni e che richiedono di far rivedere gran parte dei suoi parametri. Immaginare che la fonte dalla quale si sono prodotti questi esiti, possa produrne altri di natura positiva è quanto mai problematico.

 

Il primo a rendersi conto che il bilancio sia oggi tutt’altro che confortante è proprio il presidente del Consiglio, Mario Draghi, il quale infatti – forse presago delle evoluzioni seguenti – alla conferenza stampa di fine anno 2021 presentò come concluso il compito affidatogli. Al di là delle illazioni in cui si sono esercitati i tanti retroscenisti che (dis)informano sulla politica, non c’era tanto e solo il groviglio dell’elezione quirinalizia a spingerlo in tal senso, ma la consapevolezza che il suo esecutivo procedeva zavorrato e appesantito in primo luogo da quelle forze che più si sbracciavano nel dichiararsi suoi paladini.

 

Se il governo Draghi è finito in stand by negli ultimi mesi non si deve certamente alle bizze squinternate dell’ex premier Giuseppe Conte o agli strepiti salviniani. La vera ragione risiede nella pervicace, costante e insistita sua definizione, imposta dal Partito Democratico, come governo di continuità rispetto al precedente Conte bis.

 

Da qui il sabotaggio sistematico del suo lavoro, lasciando aperti i rubinetti che allagavano gli ambienti: ora dando enfasi all’allarme emergenziale, con il conseguente mantenimento di misure sempre meno giustificate e controproducenti; ora edulcorando la riforma della giustizia fino a sbiadirne persino i contorni; ora insabbiando le sue politiche economiche nel pantano del “tassa e spendi”, di un fisco insensatamente vessatorio e di un assistenzialismo a colpi di bonus sfacciatamente clientelari verso la base elettorale di riferimento (vedi l’una tantum di 200 euro per pensionati e dipendenti).

 

Più ancora che con le “provocazioni” sullo ius scholae o sulla cannabis legale, è con questi mezzi che il PD ha minato il governo Draghi, preoccupato anzitutto di tenere insieme la trama della sua tattica di alleanze (il fantomatico allargamento ai 5 Stelle di Conte...) nel completo disinteresse delle ricadute generali. Una volta percepito come una non-novità rispetto al passato, costellato di errori e responsabilità che prima o poi saranno oggetto di vaglio non solo storico, il governo Draghi è stato depotenziato e ha perso ogni sprint.

 

Ogni voce tesa a dar enfasi al senso di svolta dell’incarico a Draghi (a cominciare da quella del pur confusionario e spesso inaffidabile leader di Italia Viva, Renzi) è stata affievolita dal coro mediatico, orchestrato e diretto da Largo Nazareno con il supporto di quel partito del Quirinale che va al di là del Presidente di turno. Nell’ultimo tornante che ha preceduto le dimissioni del presidente del Consiglio, è partita l’ultima iniziativa volta a rappattumare quell’involto di scarti ed avanzi riconoscibile nella politica promossa dal PD.

 

L’intervallo di una ulteriore settimana dalla mancata fiducia dei 5Stelle, espressa nel voto del 14 luglio sul cosiddetto “decreto aiuti”, è servito per la messa in scena allestita in quest’ultima settimana, fatta di appelli da parte dei sindaci e geremiadi varie che hanno avuto l’effetto di armare l’agitarsi scomposto degli oppositori a Draghi.

 

Paradossalmente, nel solco dei sabotaggi prima descritti, proprio tutto ciò è stato determinante a far assumere la decisione finale di Mario Draghi. L’ex governatore BCE, quando si è presentato al Senato mercoledì non si è affatto prestato a recitare la parte che dal Quirinale forse si sperava e forse si pretendeva. Ha pronunciato un discorso volto a porre fine a una situazione francamente imbarazzante, sottraendosi giusto prima di finire in un gorgo che avrebbe risucchiato ogni credibilità.

 

(foto da Il Mattino)

 

 


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