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16/07/24 ore

Giorgio Napolitano e le radici della crisi politica


  • Luigi O. Rintallo

All’indomani della morte del presidente emerito Giorgio Napolitano, non pare che fra i tanti commenti – di estimatori e detrattori – ve ne sia qualcuno che abbia ricordato un suo intervento all’Accademia dei Lincei del 12  dicembre 2014. Pronunciato durante il suo secondo mandato presidenziale e poco prima che cessasse il suo impegno nelle istituzioni, forse proprio per questo in quell’occasione Napolitano usò toni inusuali per lui, portato a misurare con accortezza (sino al limite della “dissimulazione onesta”) l’espressione del suo pensiero.

 

Nel discorso riservava un passaggio significativo agli effetti dell’anti-politica e al ruolo dei media italiani. Napolitano fu esplicito nell’attribuire all’anti-politicaun’azione cui non si sono sottratti infiniti canali di comunicazione, a cominciare da giornali tradizionalmente paludati, opinion maker lanciati senza scrupoli a cavalcare l’onda, per impetuosa e fangosa che si stesse facendo…”.

 

Una denuncia alla quale replicò in un suo articolo Ernesto Galli della Loggia, che faceva giustamente osservare come la ragione per cui l’assetto politico italiano sia sistematicamente insidiato dall’anti-politica, dal populismo e dal giustizialismo consiste nel fatto che “tutte e tre quelle patologie sono nel Dna stesso della Seconda Repubblica: costituiscono una sorta di suo peccato originale. Tra il 1992 e il 1994 – non bisogna mai dimenticarlo – la Seconda Repubblica è nata infatti fuori e contro la politica”.

 

Nel biennio 1992-93 e con Tangentopoli, spazzate via le forze politiche del pentapartito, il PDS post-comunista non esitò a cavalcare proprio l’anti-politica e il giustizialismo per conquistare il governo della nazione. Ben difficilmente, allora, secondo l’editorialista del «Corriere della Sera», Napolitano suo storico esponente poteva vent’anni dopo far finta di nulla. È facile rispondere alla domanda su chi spalancò la porta alle patologie che ancora oggi insidiano la nostra democrazia, allontanandola dallo Stato di diritto.

 

A tal proposito, sempre Galli della Loggia ricordava due episodi dell’epoca. Il primo risale al 2 settembre 1992 quando il deputato socialista Sergio Moroni, prima di suicidarsi a seguito di un avviso di garanzia inviatogli dalla procura milanese, inviò proprio a Napolitano allora Presidente della Camera una lettera nella quale denunciava “un clima da pogrom nei confronti della classe politica”, caratterizzato da “un processo sommario e violento”.

 

Sul contenuto di quella lettera, non si aprì alcun dibattito alla Camera e Napolitano si limitò a esprimere un generico cordoglio per la scomparsa di Moroni, mentre pochi mesi dopo modificò il regolamento parlamentare introducendo il voto palese anche sulle autorizzazioni a procedere dopo che nell’aprile 1993 la Camera respinse quella contro Bettino Craxi (… e anche la procedura parlamentare ebbe una accelerazione, cosa che non era mai accaduta in precedenza, come se fosse animata da spinte esterne e non da ponderate valutazioni dell’istituzione legislativa).

 

Il secondo fatto è il pronunciamento dei pm milanesi contro il decreto del ministro di Giustizia Giovanni Battista Conso, volto a depenalizzare il reato di finanziamento illecito ai partiti, avvenuto il 5 marzo 1993: “un fatto – scrive Galli della Loggia – probabilmente mai avvenuto prima in alcun regime costituzionale fondato sulla divisione dei poteri. I magistrati del pool di Mani Pulite si presentarono al gran completo davanti alle telecamere del telegiornale delle 20, incitando con parole di fuoco i cittadini alla protesta contro il decreto-legge emanato da quello che a tutti gli effetti era il governo legale del Paese”.

 

Il che ci porta alle radici dell’attuale crisi di sistema, che vanno fatte risalire appunto ai guasti e ai sabotaggi intervenuti sul piano istituzionale e politico durante questi ultimi decenni. A cominciare proprio dalla diversa natura assunta dalla figura del Capo dello Stato, che dopo le riforme elettorali è risultato eletto da assemblee non corrispondenti proporzionalmente alla volontà reale dei votanti e che quindi ha visto modificare in senso interventista quel ruolo che, in origine, doveva essere di “garante”.

 

Dopo la parentesi di Ciampi – non a caso il solo della seconda Repubblica ad essere eletto da una maggioranza bipartisan – Napolitano e Mattarella sono invece stati scelti dalle maggioranze di sostegno dei governi di allora. Si è poi aggiunta l’anomalia dei doppi mandati, che ha ulteriormente certificato l’inconcludenza della politica nell’esercitare i suoi compiti precipui.

 

Molte delle decisioni prese dal Quirinale, sia da Napolitano che da Mattarella, sono pertanto inficiate da questo retroterra problematico. Certo contano anche le diverse personalità che ricoprono le cariche, per cui ad esempio non è possibile sapere se Mattarella al posto di Napolitano sarebbe ugualmente intervenuto per dissuadere l’allora premier Matteo Renzi dal nominare un pm in carica al Ministero di Giustizia o, viceversa, se Napolitano al posto di Mattarella avrebbe riconfermato lo stesso presidente del Consiglio con un’altra maggioranza di sostegno come successo con Giuseppe Conte.

 

È un fatto che la questione del Quirinale, del suo ruolo, della durata dei mandati risulta sempre più al centro del dibattito sul futuro del Paese e del suo ordinamento costituzionale.

 

-  Radio Radicale. La scomparsa del Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano: intervista a Geppi Rippa

 

 


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