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12/07/24 ore

Sul ‘Campolargo’ un’analisi parziale di Antonio Polito


  • Luigi O. Rintallo

Nel suo articolo dell’8 aprile sul «Corriere della Sera», Antonio Polito svolge un’analisi sui motivi per cui non si concretizza un’alleanza alternativa al Centrodestra. Il sogno del Campolargo tra Movimento 5 Stelle e PD è andato a infrangersi con la dura realtà delle inchieste giudiziarie di Bari e Torino, che hanno dato modo a Giuseppe Conte di giocare per l’ennesima volta la carta di una esclusiva titolarità anti-corruzione rispetto al PD, allo scopo evidente di rivendicare una preminenza nella guida dell’odierna opposizione.

 

Polito attribuisce la difficoltà a coagulare una coalizione alla natura diversa dei due soggetti politici. I 5Stelle sarebbero “movimentisti”, più propensi alla protesta che a governare, interessati più a “testimoniare la propria irriducibile diversità” che non a vincere le elezioni. Viceversa, nel PD proseguirebbe la tradizione dei partiti di massa della Prima Repubblica, oggi però proiettata verso la sola gestione del potere riducendosi a un arrugginito aggregato di interessi particolaristici.

 

Una lettura quanto mai generosa verso il movimento pentastellato, accreditato di essere altro che davvero si stenta a scorgere. A nostro avviso, la parabola del M5S ricorda invece molto da vicino quella dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro: più un terminale di corporazioni e interessi, consolidati e protetti, oggetto di una particolare predilezione da gran parte dei media il cui controllo – va sempre tenuto presente – in Italia dipende dai potentati finanziari.

 

Perfino in questo editoriale di Polito ciò è facilmente riscontrabile, visto che descrive il “gran rifiuto” all’alleanza di Giuseppe Conte come conseguenza dello scandalo, quasi che i pentastellati siano per davvero alfieri di chissà quale rigore morale e questo negli stessi giorni in cui arrivano le sentenze di condanna per gli appalti dello stadio di Roma che videro coinvolti alcuni loro importanti esponenti. 

 

La parzialità del punto di vista espresso nell’articolo riguarda anche un altro aspetto, nient’affatto trascurabile a nostro avviso perché rivela uno scostamento dell’osservazione dal punto focale. I problemi per la coalizione di Centrosinistra risalgono a ben prima della nascita del grillismo: non è un caso che, anche quando vittorioso nelle competizioni politiche nazionali, i suoi governi siano stati sempre soggetti a breve durata tanto che non c’è nessuno dei presidenti del Consiglio espressi durato più di due anni (da Prodi a Renzi, passando per D’Alema, Amato e Letta).

 

A nostro avviso, la ragione va ricercata nella tabe originaria che ha insidiato irrimediabilmente lo schieramento alternativo al Centrodestra, all’indomani di Mani pulite, ed è il suo cedimento alla deriva giustizialista, nella convinzione di poterla sfruttare a proprio vantaggio mentre in realtà ha invece impedito che si affrontasse una volta per tutte la “questione liberale” nella politica italiana.

 

Non aver fatto i conti con i retaggi intrinsecamente estranei dalla democrazia liberale, ha determinato le condizioni per le quali ancora oggi le ragioni del pragmatismo riformatore non vi abbiano cittadinanza e ciò occlude la via per creare una sinistra di governo, al pari di quanto avvenuto nel resto d’Europa.

 

 


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