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22/11/17 ore

Sud Sudan, speranze di pace appese alla tregua


  • Francesca Pisano

Minaccia a un barlume di pace. E’ questa l’eco che già si propaga in Sud Sudan a tre giorni dalla firma del cessate il fuoco, finalmente conseguito almeno sulla carta, dopo settimane di trattative portate avanti ad Addis Abeba. L’accordo è stato raggiunto il 23 gennaio tra i rappresentanti del presidente Salva Kiir e i delegati dell’ex vicepresidente Riek Machar, attualmente leader dei ribelli. 

 

E’ stata così sancita la fine dei combattimenti entro 24 ore dalla stipula e il rilascio di 11 prigionieri che erano stati arrestati con l’accusa di aver preso parte al tentativo di golpe contro il governo in carica. Proprio questo è stato un punto ostico dell’accordo, difficile da far digerire alla delegazione governativa, mentre i ribelli si sono opposti al sostegno militare che è stato fornito dall’Uganda alla fazione avversa.

 

I negoziati erano iniziati lo scorso 3 gennaio nella capitale etiope e un ruolo di primo piano nella mediazione è stato mantenuto dall’Igad, un organismo regionale di cui fanno parte sette Paesi dell’Africa orientale. Ma il quotidiano Sudan Tribune già oggi riporta le accuse che i ribelli e le forze filogovernative si imputano a vicenda per la violazione dell’accordo, un ipotesi che rischierebbe di far temere il peggio per il Paese, infestato dallo scorso 15 Dicembre da un conflitto che ha portato il numero dei morti a un migliaio circa, secondo le Nazioni Unite.

 

Tuttavia, l’International Crisis Group, centro di analisi e ricerca basato a Bruxelles, riporta i dati di 10.000 vittime, 200.000 profughi bloccati all’interno del Paese e 60.000 sud sudanesi scappati dal loro territorio. Tutto questo è avvenuto in uno Stato estremamente giovane e tra i più poveri al mondo, nonostante le risorse petrolifere di cui dispone.

 

La sua recente formazione porta con sé numerose lacune per lo sviluppo, mancano infatti infrastrutture, condizioni sanitarie adeguate e allo stesso modo non è stato avviato un piano di investimenti consistenti per l’educazione, l’assistenza sociale, il lavoro, i trasporti e la difesa.

 

Le motivazioni di tali incapacità derivano dal fatto che il Movimento armato per la liberazione del popolo sudanese, l’organizzazione paramilitare che ha condotto il Paese verso l’indipendenza dal Sudan e alla formazione del nuovo governo nel 2011, non è stato in grado di perseguire concreti obiettivi politici.

 

Inoltre, continuano a pesare sull’instabilità le divisioni etniche che persistono in seno alla popolazione, fra le forze militari e quelle governative. Anche il conflitto scoppiato poco più di un mese fa ha subito un trapasso, quasi immediato, dalle motivazioni della lotta di potere a quelle di tipo etnico, coinvolgendo da una parte i Dinka, di cui fa parte il presidente e dall’altra i Nuer, cui appartiene il suo ex vice. Ma una divisione in due del problema non è esaustiva in quanto all’interno di ciascuno schieramento sussistono disomogeneità e ulteriori interessi di parte.

 

Per questi motivi il cessate il fuoco e la tregua costituiscono obiettivi essenziali e lungimiranti per salvare un Paese dalle sue stesse minacce e per l’Indipendenza in cui tutta la popolazione aveva creduto, oltre le frammentazioni etniche e le rivalità fra i gruppi di potere. “Speriamo che le armi possano tacere anche prima delle prossime 24 ore”, ha dichiarato alla firma dell’accordo Tewolde Gebremeskal, direttore per la pace e per la sicurezza dell’Igad, una speranza che solo il silenzio dei prossimi giorni potrà realmente accendere.


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