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02/12/21 ore

C'è un altro Afghanistan: Re Amanullah nel racconto della nipote Hamdam Malek. Conversazione con Anna Mahjar-Barducci e Giuseppe Rippa  



I media occidentali ci raccontano che i talebani e l'Islam radicale rappresentano la cultura dell’Afghanistan. La storia del Paese però ci dimostra una realtà ben diversa. Nel 1919, dopo la sconfitta dei britannici, l’Afghanistan diventa indipendente sotto la guida del re riformatore Amanullah. Questi, assieme alla moglie Soraya, inizia una serie di riforme liberali per modernizzare il Paese… 

 

Pertanto, già nel 1919, un anno prima del suffragio universale negli Stati Uniti, decide di garantire alle donne afghane il diritto al voto. Non solo.

 

Nei suoi soli dieci anni di regno, Amanullah abolisce la poligamia, la schiavitù, i matrimoni con spose bambine e impone gli abiti occidentali a tutti coloro che lavorano nei luoghi pubblici. Il motto del monarca era: “L’emancipazione delle donne rappresenta la chiave di volta nella struttura del nuovo Afghanistan”.

 

Nel 1921, inoltre, viene aperta a Kabul la prima scuola per bambine. Nel 1926, la regina Soraya è nominata ministro dell'Educazione e l'istruzione scolastica diventa obbligatoria per maschi e femmine fino alla quinta elementare. La radici dell'Afghanistan affondano profonde in una cultura liberale, promossa nel Regno di Amanullah, duratato dal 1919 al 1929.

 

Di tutto ciò ne hanno parlato Anna Mahjar-Barducci e Giuseppe Rippa con la nipote del re Amanullah e della regina Soraya, Hamdam Malek, che vive a Roma, luogo dove i due sovrani hanno trascorso il loro esilio…

 

Di seguito la trascrizione della conversazione e l’audio per Agenzia Radicale Video 

 

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Anna Majar-Barducci  - Il re Amanullah è stato sul trono dell’Afghanistan dal 1919 al 1929.  Nel periodo del suo governo si affermarono riforme assai avanzate per quei tempi: infatti, Amanullah – estimatore di Ataturk grande modernizzatore della Turchia – nel 1923 promosse nella nuova costituzione la parità tra uomini e donne. Una Costituzione di cui sono andate perdute le tracce e di cui Anna Majar Barducci ha potuto leggere una copia nella Biblioteca del Congresso degli USA. Un testo che attende ancora di essere tradotto, ma che è emblematico per la sua modernità. Nell’Afghanistan di un secolo fa, si segnava una tappa importante per i diritti civili delle donne e degli uomini. 

Oggi intervistiamo la nipote del re Amanullah, Hamdam Malek.

 

Hamdam Malek – Effettivamente mio nonno, il re Amanullah, e sua moglie Soraya sono stati dei riformatori. La regina era al fianco del re anche politicamente, teneva molto alla cultura e a palazzo erano presenti molti intellettuali di valore. La regina Soraya fu addirittura ministro dell’istruzione dell’Afghanistan e si batté per l’obbligo scolastico alle elementari per bambini e bambine. Qualcosa che, in moltissimi Stati europei, è avvenuto solo dopo la seconda guerra mondiale. Questo per evidenziare l’eccezionalità del regno di Amanullah negli anni ‘20 del secolo scorso. Personalità rilevante, Soraya ha influenzato positivamente il re che era assolutamente d’accordo nel promuovere la parità fra uomini e donne nel Paese. Per l’Afghanistan era certo più difficile che per la Turchia introdurre queste innovazioni, perché la Turchia era comunque molto più vicina all’Europa e quindi era più facile verificare i processi in atto. Essendo al centro dell’Asia, la realtà afghana era qualcosa di molto più lontano e registrava maggiori difficoltà. 

 

Anna Majar-Barducci – Ricordo che oltre ad abolire la schiavitù, durante il regno di Amanallah fu concesso alle donne il diritto al voto, molto prima che in molti Paesi dell’Occidente. Gli USA daranno questa possibilità nel 1920… Inoltre da ministro dell’educazione nazionale, la regina Soraya nel 1926 diede la possibilità anche alle studentesse di ottenere una borsa di studio per proseguire gli studi in Turchia. Ragazze non sposate, donne indipendenti che avevano l’opportunità di studiare in un altro Paese. Assolutamente all’avanguardia per l’epoca, anche rispetto agli standard occidentali…

 

Hamdam Malek – Assolutamente sì. Ma aveva istituito anche una specie di centro dove le donne maltrattate o abusate potevano rivolgersi, per denunciare i soprusi patiti. E la regina è stata la sola sposa di Amanullah…

 

Anna Majar-Barducci – Mentre prima esistevano gli arem, con Amanullah è promossa la monogamia. Un altro aspetto importante. In dieci anni il re Amanullah  ha intrapreso riforme che nessuno poteva sognarsi.

 

Hamdam Malek – Fu anche abolita l’obbligatorietà di indossare il velo, che tra l’altro si era imposta come una moda proveniente dall’India. 

 

Anna Majar-Barducci – Infatti ci sono foto della regina Soraya sulle riviste del tempo vestita con abiti anni ‘20 bellissimi, che sembravano quelli del Grande Gatsby. E anche di donne afghane negli anni Venti vestite all’occidentale. Chiedo al direttore Giuseppe Rippa di intervenire sull’importanza di riferirsi a questa esperienza storica, proprio oggi che l’Afghanistan è tornato ad essere governato dai Talebani fondamentalisti...

 

Giuseppe Rippa – La cosa che più colpisce in questo vostro approccio così intrigante è come, a livello della comunicazione prevalente sui nostri media, rappresenta quasi una vera e propria rivelazione. Il sistema informativo ha completamente dismesso questa storia dell’Afghanistan, oscurando il regno di Amanullah… Bene ha fatto sua nipote a evidenziare l’influenza esercitata su di lui dalla moglie Soraya, che ha direzionato il percorso verso l’emancipazione femminile. Mi sorprende l’assoluta mancanza di conoscenza veicolata dalla grande informazione. Perché si manifesta questa volontà ad allontanare, fino a cancellarla quasi, la memoria di quell’età di riforme nell’Afghanistan? 

 

E perché accade proprio in questo momento, quando gli USA abbandonano il Paese? Nel ventennale dell’attentato alle Torri gemelle, l’Afghanistan è raccontato solo come il territorio dove Bin Laden aveva scelto di collocare la propria azione strategica; oppure si insiste nel dare centralità soltanto alla riscossa del fanatismo talebano. Tutto questo ci riconduce al modo in cui  l’Occidente si rapporta con la realtà dell’insieme di questi Paesi. In fondo il re Amanullah fu fatto fuori anche dalle intenzioni di una parte del mondo occidentale – allora era l’Inghilterra ad avere interesse a farlo – e questo tipo di situazione porta a riflettere su come noi, che ci sentiamo occidentali, dobbiamo registrare ancora una volta la tendenza dei nostri gruppi dirigenti ad allearsi con le parti peggiori delle realtà presenti nel mondo islamico, quelle dell’autoritarismo anti-democratico o persino dell’estremismo fanatico.

 

Il fatto che una mente illuminata come il re Amanullah abbia intravisto come il percorso di emancipazione poteva favorire il processo di sviluppo democratico ci scuote, nel momento in cui la sua prospettiva è stata schiantata proprio dagli errori occidentali. Ancora oggi paghiamo il prezzo di questa cecità...

 

Anna Majar-Barducci – Paradossalmente si potrebbe dire che il re Amanullah era molto più occidentale dell’Occidente… Nel 1919, un anno prima che avvenga negli USA, l’Afghanistan dà il voto alle donne. Durante il suo regno è data la possibilità alle donne di chiedere il divorzio, mentre come sappiamo l’Italia aspetterà mezzo secolo ancora prima che il referendum del 1974 lo confermi… Il regno di Amanullah termina nel 1929, non tanto e solo per i problemi etnici interni alla nazione, ma a causa del suo interessamento all’indipendenza dell’India che contrastava certamente con gli interessi britannici…

 

 

 

Hamdam Malek –  Il problema dell’Afghanistan è che è uno Stato molto appetibile, soprattutto per la sua posizione geografica. La figura del re Amanullah è ancora molto ricordata nel Paese e noi della famiglia abbiamo sempre divulgato le sue idee e la sua opera. Certo, è stato un monarca scomodo anche per il clero, perché sull’emancipazione da lui promossa il clero aveva molto da ridire. Sia nella Bibbia che nel Corano è scritto che la donna si deve coprire, mentre la regina Soraya fu la prima a togliersi il velo in pubblico. Non solo, fondò anche una rivista per le donne e tutto questo dava loro molta più importanza di quanto volesse il clero. 

 

Anna Majar-Barducci – In un suo discorso del 1926 disse che l’indipendenza appartiene a tutti, agli uomini e alle donne. L’Occidente non si ricorda del re Amanullah e della regina Soraya, ma l’Afghanistan sì, tant’è che ancora oggi esistono dei murales a Kabul che li celebrano. Vi sono anche bellissime foto del loro viaggio in Europa, a Parigi. 

 

Giuseppe Rippa – La vicenda del velo evidenzia un altro aspetto sorprendente.  Non solo il burka è una rappresentazione di violenza e di sottomissione, ma produce effetti devastanti alla salute. Causa asma ed efisemi, per esempio. Vi sono aspetti collaterali che non sembrano alimentare affatto il movimento femminista internazionale, che sembra composto quasi dalle signore del the delle cinque anziché da soggetti dotati di una coscienza politica. Sul piano più generale dell’informazione fornita in questa occasione, dopo il ritiro occidentale e il ritorno del Talebani al potere, si insiste nella descrizione dell’Afghanistan solo come insieme di tribù. Andrebbe meglio approfondito quale sia la reale natura sociale e politica di questo Paese...

 

Hamdam Malek – Sono convinta che, con il ritiro, di fatto l’Afghanistan è stato per così dire “venduto” ai Talebani. Tanto che sono partiti lasciando persino le loro armi a disposizione. Questo significa, implicitamente, massacrate e uccidete come e quanto volete. E’ la cosa più terribile che è avvenuta. Mi domando: in questi vent’anni di dominio sull’Afghanistan da parte di forze armate straniere, soprattutto americane, cosa è stato fatto di buono? Cosa è rimasto di questa presenza che avrebbe dovuto dare una svolta alla storia dell’Afghanistan? Di fatto gli eserciti sono restati entro zone limitate, nessuno si è preoccupato di riconvertire le coltivazioni e favorire produzioni alternative agli oppiacei. 

 

Anna Majar-Barducci – Avrebbero potuto fare qualcosa semplicemente utilizzando come un manuale le riforme promosse dal re Amanullah, oppure riferirsi all’altro personaggio importante della storia afghana e cioè il padre di  Soraya, che era stato ministro degli Esteri e ambasciatore a Parigi. Fu lui, padre in qualche modo del giornalismo afghano, a promuovere le idee di un Paese laico e moderno, esercitando non poca influenza anche nel regno di Amanullah. Se in questi ultimi anni fossero state riprese queste loro idee, avremmo avuto probabilmente una situazione molto diversa. 

 

Hamdam Malek – Purtroppo sia l’Afghanistan, che l’Iran e la Turchia, anziché andare avanti lungo il percorso della laicità e della modernità, sono piuttosto regrediti… Quando sentiamo dire che la condizione attuale di questi Paesi è risultato della loro “cultura”, si dimentica appunto che la cultura era invece quella del re Amanullah e di sua moglie Soraya. Merito del re fu quello di tenere uniti i capi delle realtà regionali, espressione anche delle varie tendenze religiose. Poi, una volta terminato il suo governo, si sa com’è andata a finire. 

 


 

Giuseppe Rippa – Comunque emerge che Amanullah è stato un re saggio, capace di gestire le molteplici domande presenti seguendo una traiettoria propria di una civiltà democratica. Meraviglia che tutto questo non venga raccontato. Siamo, anzi, stati catapultati in una lettura dell’Afghanistan che lo descrive come ai primordi della civiltà dell’uomo. Le tante tribù si scopre che sono state fatte crescere di importanza grazie alla cecità occidentale, usate come contrappeso di disegni strategici estremamente dubbi. Altro elemento curioso è che gli Alleati hanno abbandonato in Afghanistan una massa enorme di cani poliziotto. Un altro aspetto che potrebbe essere oggetto di attenzione dei movimenti animalisti. Come per le donne, il luogo della domanda non è mai accolto dai soggetti che  si autoproclamano difensori di diritti senza spendere un’oncia del loro impegno in azioni politiche concrete là dove veramente occorre. Quanto alle donne, esse stanno per essere nuovamente esposte in Afghanistan a logiche di assoluto sopruso: è negato loro l’esercizio della professione medica, fra l’altro… 

 

Hamdam Malek –Infatti. Sono state persino bruciate le lauree delle Università americane dove molte donne avevano studiato. 

 

Giuseppe Rippa –Questo ricordo del re, suo nonno, ci consente non solo di fornire una memoria più viva e vera, ma pure di rilevare che stiamo percorrendo una strada inammissibile per chiunque si erga a paladino dei diritti, visto che registriamo l’abbandono di ogni loro difesa dove quei diritti sono minacciati maggiormente. Aggiungo che, anche dal punto di vista strategico, questo ritiro degli Alleati da un luogo così importante per la geo-politica costituisce un clamoroso errore rispetto alla nuova mappa del mondo che andremo a costruire negli anni a venire. 

 

Hamdam Malek – Le motivazioni del ritiro per me restano misteriose. Non si comprende un abbandono dopo vent’anni e più di impegno per mantenerne il controllo, investendo enormi risorse in questo. 

 

Giuseppe Rippa – Attraverso il percorso di Amanullah abbiamo riscoperto una complessità della storia del tutto oscurata dal mainstream informativo. Non c’è alcun servizio tv che ne dia un racconto esaustivo. Chiunque ha a cuore i diritti civili dovrebbe fare della tragedia afghana il luogo dove dare forma e senso alla lotta in difesa delle frontiere essenziali della libertà. 

 

 

 

- C’è un altro Afghanistan: Re Amanullah nel racconto della nipote Hamdam Malek. Conversazione con Anna Mahjar-Barducci e Giuseppe Rippa (Agenzia Radicale Video)

 

 


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