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14/06/24 ore

Regione Lazio, il doppiopesismo di Zingaretti


  • Ermes Antonucci

A circa due mesi e mezzo dalla sua formazione, la giunta del neogovernatore del Lazio Nicola Zingaretti sta conquistando gli onori della cronaca più per le vicende giudiziarie che per quelle politiche. A lasciare perplessi, però, è soprattutto l’ambiguità con cui lo stesso Zingaretti sta affrontando queste grane legali.

 

Il 5 aprile scorso, a pochi giorni dalla nomina, l’ex Vice Prefetto aggiunto di Roma Paola Varvazzo rassegna le proprie dimissioni da assessore alle Politiche sociali. A spingere Varvazzo alla rinuncia è la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati da parte della Procura di Roma del marito, funzionario dell’ufficio delle dogane.

 

L’assessore Varvazzo, dunque, non è direttamente coinvolta nella vicenda, ma per l’integerrimo sceriffo Zingaretti – impegnato a riportare l’ordine alla Pisana dopo lo scandalo dei rimborsi regionali ai partiti – anche il minimo contatto sociale con un indagato (si badi, non imputato) può risultare letale. Così, le dimissioni “spontanee” di Varvazzo vengono subito accettate.

 

Passa un mese, però, ed emerge un nuovo caso. Il 15 maggio l’assessore all’Agricoltura, Sonia Ricci, viene rinviata a giudizio dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina in relazione ad un incendio con esalazioni nocive avvenuto tre anni fa nell’azienda agricola di cui era direttore generale.

 

A questo punto, memori dell’allontanamento-lampo di Varvazzo con causale “moglie di un indagato”, le dimissioni di Sonia Ricci sembrano solo questione di minuti, dal momento che diversamente da Varvazzo lei è direttamente coinvolta nel processo e per di più come imputata. E invece accade qualcosa di strano. Anziché utilizzare il proprio pugno di ferro per far trionfare la giustizia, Zingaretti tace.

 

Serve un’interrogazione in consiglio regionale del leader de La Destra, Francesco Storace, per sapere che secondo Zingaretti l’assessore Ricci deve rimanere al suo posto, in quanto “non si tratta di nessun tipo di reato neanche lontanamente ipotizzabile contro la pubblica amministrazione o di altro tipo, ma solo di una verifica di questo incidente”. Caso chiuso, con buona pace di Varvazzo.

 

D’altronde che Nicola Zingaretti avesse una concezione un po’ particolare della moralità politica e della giustizia lo si era capito già prima delle elezioni quando, a dispetto dei proclami elettorali, rifiutò l’apparentamento con i Radicali per la presenza nella lista di Pannella dei due consiglieri che avevano denunciato lo scandalo dei rimborsi ai partiti.

 

Quella volta Zingaretti giustificò la propria posizione con la necessità di fare “piazza pulita” di tutto il consiglio regionale uscente, compresi quindi i radicali Berardo e Rossodivita. Poco male se cinque dei 14 consiglieri del Pd, pur presenti nell'era del saccheggio dei fondi alla Pisana, hanno finito poi col trovare posto direttamente in Parlamento (Francesco Scalia, Claudio Moscardelli, Bruno Astorre, Carlo Lucherini e Daniela Valentini: tutti eletti al Senato nelle liste Pd).

 

Come se non bastasse, occorre ricordare – come riporta il sito La Notizia – che lo stesso capo di gabinetto di Zingaretti, Maurizio Venafro, è rinviato a giudizio con l’accusa di aver favorito una bancarotta da 400 mila euro. Insomma giustizialisti sì, ma a giorni alterni

 


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