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14/07/24 ore

Una Scelta civica andata a Monti


  • Ermes Antonucci

Prima catapultato in Parlamento nelle vesti di salvatore della patria, poi snobbato dagli italiani smemorati e, infine, osteggiato dai suoi stessi compagni di partito tanto da dover dare le proprie dimissioni. Si consuma, in queste ore, la parabola del fenomeno politico usa-e-getta di Mario Monti. Una crisi che, oltre a manifestare un certo grado di ingenuità da parte dell’ex premier tecnico, rappresenta l’ennesimo fallimento di natura politica prodotto dal sistema partitocratico italiano.

 

Dopo aver rassegnato le dimissioni da presidente di Scelta Civica – a causa della decisione di 11 senatori di Sc e del ministro della Difesa Mario Mauro di esprimersi, con una nota non condivisa da Monti, in favore della legge di stabilità presentata dal governo – il senatore a vita è oggi tornato ad attaccare i suoi ormai ex compagni di partito, in una lunga intervista al Corriere della Sera.

 

Una parte del partito – precisamente quella che fa capo a Casini e Mauro –, secondo Monti, non avrebbe dovuto sconfessare le sue parole critiche riguardo al provvedimento del governo, e soprattutto non avrebbe dovuto preannunciare un sostegno incondizionato all’esecutivo Letta: “Mauro, Casini e i loro seguaci sostengono che non bisogna recare il minimo disturbo al manovratore, come se Scelta civica, ed essa sola, dovesse restare supina, rinunciare ad esercitare quello stimolo alle riforme per il quale siamo nati”.

 

L’affondo di Monti, tuttavia, cade in alcune inevitabili contraddizioni. Come quando l’ex premier evoca una differenza tra la (sua) “politica dei contenuti” e la (loro) “politica degli schieramenti”: l’obiettivo di Casini e gli altri sarebbe quello di trasformare Scelta Civica in un soggetto moderato aperto anche a componenti esterne, compreso il Pdl. “Senza badare troppo – lamenta però Monti – se questo si sia veramente emendato di quelle personalità, di quei valori e di quelle linee politiche che sono molto diverse da quelle su cui si è costituita Scelta civica”.

 

Il paradosso, in questo caso, è evidente se si guarda alle modalità con cui la stessa creatura politica di Mario Monti si andò a costituire prima delle elezioni dello scorso febbraio. Modalità tutte “italiane” che, sulla base di una logica “elettorale” (e non “contenutistica”) della politica, portarono alla formazione di una coalizione comprendente rottami partitici come Udc e Fli, esponenti di vacui movimenti come Italia Futura di Montezemolo, ex Pdl (tra cui Stracquadanio, Pecorella, Cazzola, Frattini, Mauro), ex Pd (tra cui Ichino e Adinolfi), ex ministri del governo tecnico (come Balduzzi, Riccardi, Moavero), più svariati rappresentanti della cosiddetta società civile.

 

Un mix – rivelatosi ora esplosivo, ma non in termini elettorali – che appare ben poco in linea con i principi etici e morali oggi espressi dall’ex commissario europeo. Il suggerimento rivolto a Letta, inoltre, sulla necessità di predisporre misure nette e decise, “che diano qualche insoddisfazione politica alla destra, alla sinistra e al centro”, si scontra proprio con l’esperienza che Monti ha conosciuto durante il suo governo.

 

Pur avendo avviato, infatti, un essenziale piano di risanamento dei conti pubblici, tramite soprattutto un aumento della pressione fiscale (le tre misure principali che si ricordano del governo tecnico sono quelle riguardanti la riforma delle pensioni, la reintroduzione della tassa sulla casa e l’aumento dell’Iva), lo stesso Monti che oggi invita il nuovo premier ad un maggior decisionismo non è riuscito in alcun modo a profilare quelle riforme di carattere strutturale che il sistema-Italia necessiterebbe (lavoro, fisco, sistema bancario, giustizia, burocrazia, ricerca…).

 

L’auto-elogio di Monti sul ruolo fondamentale che avrebbe avuto nel frenare l’ascesa di Berlusconi al Colle (“Senza di noi, il Pdl avrebbe la maggioranza alla Camera e al Senato, Berlusconi sarebbe diventato a sua scelta presidente della Repubblica o presidente del consiglio”) contribuisce a sottolineare ancor di più l’ingenuità dell’ex presidente del Consiglio, e le sue palesi difficoltà nel comprendere le ragioni reali alla base del proprio cammino politico: già Commissario europeo scelto dall'allora premier Berlusconi, nominato senatore a vita e posto – oltre che da gruppi finanziari – dal presidente Napolitano sul piatto d’argento della politica italiana, Monti si è (consapevolmente) fatto masticare dal sistema partitocratico, per poi farsi scartare da esso una volta privo di sapori.

 

 


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