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18/07/19 ore

Sardegna, la fuga di Grillo e del M5S


  • Ermes Antonucci

Di fronte alla responsabilità di governo, il Movimento 5 Stelle scappa. La compagine grillina non è riuscita a trovare un accordo sul candidato da presentare alle elezioni regionali del prossimo 16 febbraio in Sardegna, dove alle scorse politiche la lista stellata si affermò come primo partito con il 30% dei voti. Il Movimento di Beppe Grillo, quindi, non parteciperà al voto.

 

Troppo alta la posta in gioco, troppo probabile l’assegnazione di un incarico di governo (seppur in ambito regionale). L’unica cosa che ora ha in testa Beppe Grillo sono le elezioni europee di maggio: l’occasione migliore – anzi, vitale – per far valere il proprio euroscetticismo di lungo corso e sbarcare così a Bruxelles, rilanciando un movimento abbacchiato dalle scarse prove fornite nei primi mesi della legislatura.

 

Nulla deve intralciare il cammino in direzione di una tappa così cruciale, né tantomeno delle elezioni locali in cui sarebbe possibile trionfare – numeri alla mano –  in modo agevole, ma con il succedersi di ovvie problematiche legate all’avvento di una nuova dimensione, quella della proposta, la più ardua per il movimento, e infatti fino ad ora opportunamente evitata.

 

Il padre-padrone Grillo, così, ha deciso di non concedere l’utilizzo del simbolo della sua creatura partitico-aziendale di stampo casaleggiano. Di certo comunque, in tutta la faccenda, gli attivisti ci hanno messo del loro. Di fronte alla prospettiva succulenta di occupare le poltrone del consiglio regionale, i grillini, in preda ad un’infantile smania di protagonismo, hanno dato vita ad uno scontro fratricida nel momento in cui bisognava individuare i propri candidati, tra cui l’aspirante governatore.

 

Una reazione in linea con la logica spartitoria della “vecchia” casta politica, quella che si vorrebbe rivoluzionare e riformare. Una figuraccia che dimostra, da un lato, la scarsa fiducia degli attivisti al principio grillino del “candidato come portavoce dei cittadini”, e che (cosa ancor più grave) manifesta, dall’altro, il fallimento degli strumenti di democrazia “diretta” sui quali dovrebbe fondarsi, appunto, la presunta rinascita della politica italiana.

 

Ma la degenerazione verticistica del movimento, ormai, sembra essere stata accettata anche dagli stessi militanti. Davanti ai primi segnali di tensione interna, gli attivisti si sono affrettati ad invocare l’intervento deus ex machina del proprio leader carismatico, avviando addirittura anche uno sciopero della fame. Un resa generale, del movimento e della democrazia.

 

“Quando avremo un metodo definito e regole certe condivise, arriverà il nostro momento” ha spiegato la deputata sarda Emanuela Corda, ufficializzando la non partecipazione alle elezioni del gruppo grillino. “Ci sono ancora troppo livore, troppa incoscienza, troppo protagonismo nell’esternare ai quattro venti un malessere che è figlio primariamente delle nostre stesse debolezze e delle nostre fragilità” ha proseguito la deputata.

 

Il punto, però, non risulta essere tanto la prontezza o meno del movimento in vista della competizione elettorale. Sin dalle sue origini, infatti, il movimento fa vanto della propria genuina impreparazione. La questione reale sembra essere piuttosto di natura politica, come pare aver compreso un’altra parlamentare sarda, Paola Pinna: “La Sardegna non era pronta? E chi mai è stato pronto? Sarebbe bastato poco per esaudire le richieste d’aiuto di vari attivisti e parlamentari. O non interessa la Sardegna, come non è mai interessata a nessuno se non per trascorrerci le vacanze, o è il periodo che è poco indicato (europee in vista)”.

 

Resta da vedere, ora, se la strategia adottata da Grillo (focalizzare il movimento verso la sfida europea, rifiutando persino prevedibili ma scomode vittorie elettorali) darà i suoi frutti. I malumori interni, però, nel frattempo aumentano.

 

 


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