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30/10/20 ore

Per bloccare il restringimento della prospettiva democratica dire No alla riduzione dei parlamentari


  • Luigi O. Rintallo

In pochi hanno evidenziato come dalla fine del bipolarismo internazionale fra USA e Urss siano derivati, per l’Italia, effetti che non hanno riguardato soltanto la sua collocazione geostrategica nel mondo, ma anche il funzionamento del suo assetto istituzionale.

 

Generalmente, si individua la coincidenza temporale tra il crollo dell’impero sovietico, quale controparte della potenza statunitense, e la crisi del sistema politico fondato sui partiti sfociata infine nel suo smantellamento da parte delle inchieste di Mani pulite. Va osservato, tuttavia, che ancor prima dei processi di Tangentopoli si era avviata una destabilizzazione con ripercussioni rilevanti sui fondamenti costituzionali della nostra Repubblica.

 

Il carattere distintivo della nostra Costituzione può individuarsi nella forte dipendenza dell’esecutivo dal Parlamento, dove per l’appunto sedevano i rappresentanti dei partiti politici eletti dai cittadini. Pertanto intervenire sulle modalità di elezione del Parlamento, in assenza di una riforma complessiva dei soggetti istituzionali – dal Capo dello Stato agli organi amministrativi e giudiziari – comportava squilibrare e demolire di fatto la struttura, se non le fondamenta, dell’edificio costituzionale nel suo insieme.

 

Già nel 1991, con il referendum che toglieva agli elettori la facoltà di esprimere più di una preferenza nel voto, si incise in modo significativo sia sui modi di espressione dell’elettorato attivo, sia su quelli dell’elettorato passivo, dal momento che si rese ben più arduo per i candidati riuscire eletti senza un diretto controllo da parte degli apparati di partito.

 

Il risultato conclusivo portava, infatti, a un’accentuazione del carattere oligarchico della rappresentanza politica e alla concentrazione dell’influenza decisionale, a scapito del libero confronto e della partecipazione democratica.

 

Non a caso, come rivista «Quaderni Radicali», ci pronunciammo apertamente contro i referendum elettorali (risale ad allora la pubblicazione dell’opuscolo Perché No ai referendum elettorali) perché in essi individuavamo non soltanto un espediente surrettizio che mutava in propositivo il carattere abrogativo del referendum previsto dall’art. 75, ma anche uno strumento di natura restaurativa che di fatto mirava a compattare il sistema ai dettami delle oligarchie dominanti non a caso unanimi nel SI al referendum del 1993 con cui si aboliva la parte proporzionale del voto per il Senato.

 

Ugualmente, la modifica del sistema di voto in senso maggioritario – prima col Mattarellum e poi con le altre leggi elettorali opportunisticamente approvate dalle forze politiche della cosiddetta seconda Repubblica – ha determinato lacerazioni non prive di conseguenza sul piano dei bilanciamenti costituzionali.

 

Per tutte vale in sostanza il meccanismo di un “premio” in seggi alle forze che ottengono più voti, cosicché le assemblee parlamentari si distaccano significativamente dall’espressione del corpo elettorale. Poiché anche questo cambiamento non si è mai accompagnato a una modifica costituzionale che investisse tanto la carica del Presidente della Repubblica quanto il Governo, ciò ha prodotto riflessi di non poco rilievo sulla linearità e la coerenza degli stessi comportamenti assunti dai principali protagonisti del confronto istituzionale.

 

Dal 1993 in poi, l’elezione del Capo dello Stato può infatti scaturire da una maggioranza di parlamentari che in realtà non coincide con la maggioranza espressa dal corpo elettorale. I seggi acquisiti dal “premio” si rivelano decisivi e consentono a schieramenti di fatto minoritari nel Paese di scegliere l’inquilino del Quirinale, che pure dovrebbe per statuto essere una figura garante e rappresentare l’unità della nazione.

 

Ne consegue che, permanendo per il Capo dello Stato molte prerogative importanti (dalla scelta del capo del governo all’indizione delle elezioni politiche), queste possono ora essere esercitate da personalità che non sono nella condizione di vantare un consenso veramente trasversale o per lo meno rispondente alle aspettative della maggioranza assoluta dei cittadini.

 

Il riscontro che negli ultimi dieci anni, tutti i governi sono stati – quale più, quale meno – espressione della volontà del Presidente della Repubblica (da Monti a Letta, da Renzi a Conte 1 e 2) testimonia, se ce ne fosse bisogno, la latente trasformazione in corso del nostro ordinamento. Registriamo dunque la condizione di un Capo dello Stato, privo del crisma rappresentato dall’elezione diretta del popolo, collocato al suo posto dall’indicazione frutto di alchimie politiche, che può assumere determinazioni proprie di una Repubblica presidenziale.

 

Così come, d’altro canto, abbiamo assistito a una drastica marginalizzazione del Parlamento e della sua effettiva capacità di essere a un tempo rappresentativo e di assumere un ruolo di indirizzo della politica nazionale.

 

La riduzione del numero dei parlamentari, qualora venisse accolta dagli elettori nel prossimo referendum costituzionale, rappresenterebbe un ulteriore passo nel senso della deturpazione del volto e del carattere della nostra Costituzione, perché ridurrebbe ancora di più il peso delle assemblee che promanano direttamente dalla sovranità popolare. Con il No al prossimo referendum si può segnare se non altro un momento di arresto a un processo che muove verso un restringimento della prospettiva democratica.

 

(disegno da tempofertile.blogspot)

 

 


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