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24/06/17 ore

Democrazia, per salvare le primarie servono regole



di Antonio Polito (da corriere.it)

 

Possiamo fidarci delle primarie? Dei loro risultati, dei numeri dell’affluenza, della correttezza dello spoglio, della libertà e segretezza del voto? Valgono anche per loro le regole e le garanzie che vigono per le elezioni vere e proprie? A giudicare da quello che si vede in giro no, non c’è da fidarsi. Eppure dovremmo poterci fidare.

 

Perché, soprattutto grazie al Pd che ha introdotto questa novità in Italia, le primarie sono diventate parte integrante del nostro processo democratico. Mobilitano decine di migliaia di elettori, selezionano personale politico che può poi assumere cariche pubbliche rilevanti, da sindaco a presidente di Regione a parlamentare, e orientano e condizionano anche le scelte degli altri elettori, di quelli cioè che non vi prendono parte ma ne seguono andamento e risultato sui media. In una parola, non possono essere più considerate un fatto interno a un’associazione privata, come tuttora sono per la legge i partiti politici. Producono conseguenze pubbliche, erga omnes, ma nel loro attuale stato non è neanche chiaro se sono sottoposte al diritto penale.

 

Per esempio: se a Napoli qualcuno avesse davvero comprato voti, è perseguibile da un pm, come ha chiesto Roberto Giachetti (ieri la Procura di Napoli ha aperto un fascicolo, è la terza volta di seguito che le primarie campane finiscono in Procura)? O invece no, come sostiene Raffaele Cantone, il quale esclude ogni ipotesi di reato perché equipara la vita interna di un partito a quella di una bocciofila?

 

Eppure, se i brogli venissero accertati e se il voto in quelle sezioni fosse annullato, l’esito della consultazione potrebbe essere addirittura ribaltato, invece della Valente vincerebbe Bassolino. Vi sembra cosa da poco?Torna dunque in discussione l’esigenza di una norma che regolamenti lo svolgimento di queste consultazioni e ne garantisca così l’attendibilità. La materia è controversa e delicata, e si iscrive nel più generale tema di una legge sui partiti, che da tempo viene chiesta in attuazione e completamento dell’articolo 49 della nostra Costituzione.

 

Un intervento legislativo potrebbe infatti anche trasformarsi in una limitazione della libertà di associazione politica: se una maggioranza parlamentare l’usasse come una clava per mettere fuorilegge, per esempio, le regole interne dei Cinquestelle, questi potrebbero giustamente lamentare una discriminazione (e l’hanno già fatto in occasione di una recente proposta del Pd).

 

Ma, d’altra parte, la vita interna dei partiti ha una grande rilevanza pubblica, e la democrazia è un bene pubblico che i cittadini hanno diritto di tutelare anche contro i partiti (non foss’altro per tutti i finanziamenti e le agevolazioni di cui godono, e per la fetta di potere pubblico che gestiscono).

 

Lo scambio di denaro per voti alle primarie del Pd di Napoli, la selezione su un server privato dei candidati Cinquestelle, le finte consultazioni con un solo candidato come quelle che Forza Italia prepara a Roma per il fine settimana, sono tutte pratiche che appaiono in contrasto con le regole della democrazia parlamentare. Se vogliamo salvarla, rinnovandola, dobbiamo fare in modo che queste nuove forme di partecipazione, benedette quando avvicinano i cittadini alle istituzioni, siano affidabili, credibili, trasparenti. In fin dei conti la democrazia è un sistema basato sulla fiducia.

 

Forse è giunta ora che il Parlamento ci metta mano. Non siamo l’America, e non si può obbligare per legge tutti i partiti a selezionare i propri candidati con le primarie. Ma si può fissare uno standard minimo di correttezza cui chi sceglie questo strumento ha l’obbligo di attenersi, e l’onere di dimostrare all’opinione pubblica di averlo fatto.

 

8 marzo 2016 © Corriere della Sera

 

 


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