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14/12/19 ore

POESÌ di Rino Mele. La vita chiusa



Il teatro di Samuel Beckett ha portato all’estremo, con una semplicità stilistica non arginabile, la rappresentazione della mancanza di senso e di una vuota esistenza.

Parlando di Beckett, Augusto Romano (in Studi sull’ombra, scritto insieme a Mario Trevi nel 2009) dice: “Dalla vita non si esce, e perciò o la si affronta o la si subisce; tutti i tentativi per esorcizzarla sono soltanto modeste approssimazioni verso una meta che si allontana infinitamente”.

 

 

 

 

POESÌ di Rino Mele

 

 

LA VITA CHIUSA



Non posso uscire dal mio sangue, dal respiro che si ripete.

Come per il piccolo topo,

la trappola che lo sorprende

e trattiene

diventa il suo mondo. Ci abituiamo al labirinto con altri

prigionieri, alcuni

sono fantasmi che gli specchi irradiano nella notte sempre più chiara

(mai la notte è perfetta, ti nasconde e rivela,

risospinge inesausta al giorno).

Non c'è modo per uscirne, la vita

è chiusa intorno, una trappola è il corpo, te ne scordi se non t'addolora.

Vorremo sapere cosa c'è oltre

la finestra sbarrata, altri

fiumi, la selva,

il deserto che conosciamo. Resta

quel muro freddo

nell'attesa invernale della neve,

l'assenza della voce, l'ossessivo ricordare,

come potessimo tornare

dove non siamo mai stati.

Intanto, anche questo mese è terminato,

l'abbiamo come un vagone vuoto 

attraversato mentre il treno

affanna

verso una stazione senza nome.

Sull'alfabetiere del bambino, Settembre ha il colore viola del vino.

 


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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

 

 

 

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