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20/06/24 ore

Poesì di Rino Mele. E nulla io medesimo



Cominciò a scrivere quell'opera inesauribile che è lo "Zibaldone di pensieri" nel 1817, a diciannove anni, e continuò a costruire questo ziggurat del suo sapere fino al 1832. Nelle prime pagine (è il frammento 85) Leopardi scrive un pensiero che non dà scampo, sembra la terrificante luce di una notte luminosa: "Io era spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva come soffocare considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla". 

 

Al verso 12 del mio testo di poesia, ho preso "anzi il natale" - cioè "prima di nascere" - dalla terza strofa di "Ultimo canto di Saffo" che Leopardi scrisse nel maggio 1822, a Recanati.

 

 

   

 

 

Rino Mele 

 

 

E nulla io medesimo

 

Una grande stanza vuota, le finestre aperte 

perché entrasse il vento, e col vento 

la voce: tra il nulla e l’io

l’ansimo d’una belva ferita l’assale. 

Leopardi

si metteva al centro di questa vuota stanza

ed era il mondo: 

se ne ritraeva, camminava lungo le pareti, 

e alle aperte finestre 

gli appariva la luna. Sentiva la colpa

da scontare, 

non risarcibile, una colpa "anzi il natale”, 

e in quella nuda

stanza 

immaginava che un altro se stesso 

gli venisse incontro, di corsa 

per fare vertigine 

di sé: ma era la luna a correre 

al contrario, l'irraggiungibile donna amata.

“Io ero spaventato 

di trovarmi in mezzo al nulla, un nulla     

io medesimo”: non sa 

fuggire da quel dolore. Intatta nel suo 

splendore, 

la luna 

è la sua compagna di giochi, l’unica 

che lo insegua, a sera, 

quando la stanza si riempie di tenebre. 

 

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

 

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