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16/12/17 ore

Romano Romano racconta i ragazzi di Caporetto



Il ramo della Grande Guerra racconta Patria e Onore, ma è anche una topologia di umanità dove le storie personali si intrecciano al passo cadenzato della storia, che decreta sempre vincitori e sconfitti. Lunghe attese e pensieri portati sul campo di battaglia, sulle rive del Tagliamento, del Livenza e del Piave. A cento anni dall’avvenimento, Caporetto non è un capitolo chiuso: volti e persone sono usciti dall’ombra grazie a un paziente e importante lavoro di ricostruzione storica per dare il giusto valore a una catena di uomini e di monti a cui ci si è aggrappati per ‘fermare il nemico’.

 

Ci porta in quel tempo di battaglia un elegante pamphlet di Romano Romano intitolato I ragazzi di Caporetto, nuovo gioiellino forgiato dalla fucina culturale di Nuova Argos - Dat Donat Dicat Srl (pp. 160, euro 10, Collana ‘Segreti’ diretta da GFL) con una cronologia e due note su Caporetto, dove “il Servizio informazioni agì con precisione e prontezza” e un excursus sulla Commissione d’inchiesta istituita nel gennaio 1918. Qui non ci sono processi e non si fa retorica, tornano gli uomini. Tra i fogli di questa storia sfilano Cadorna e Badoglio ma anche Capello e Gano. Sfilano mille e mille soldati senza nome, con le loro gavette tra i monti, insieme a domande senza pace e a una promessa mantenuta sotto il piombo.

 

“L'autore protagonista di questo racconto autobiografico è mio padre - scrive nella prefazione l’ambasciatore Sergio Romano - Nacque nel 1904, in una regione che era stata austriaca sino al 1866, e festeggiò il suo decimo compleanno otto giorni prima dell'ultimatum con cui l'Austria dichiarò guerra alla Serbia. Io sono nato nel 1929, dieci anni dopo la firma dei trattati di pace con cui terminò quel conflitto, e ho festeggiato il mio undicesimo compleanno poco più di un mese dopo l'intervento dell'Italia nella Seconda guerra mondiale.

 

Fra le due guerre ve n'erano state, per gli italiani, altre due: quella d'Etiopia, dal 1935 al 1936, e quella di Spagna, dal 1936 al 1939. Per i ragazzi della mia generazione, quindi, la guerra è stata una continua musica di fondo. [...] Ne parlavano anche i monumenti ai caduti, le vie intitolate agli eroi, le grandi targhe di marmo negli edifici pubblici dove erano scolpiti i nomi di coloro che in quelle istituzioni avevano lavorato prima di partire per il fronte e 'morire per la patria'.

 

Ho scoperto qualche tempo fa che ve n'è una anche nel palazzo di via Solferino dove si trova il ‘Corriere della Sera’. In alcune città vi erano i 'parchi delle rimembranze', giardini silenziosi e melanconici dove ogni albero era dedicato a una persona del luogo scomparsa durante la guerra. Ci esortavano a ricordare l'evento bellico, infine, la festa della vittoria (il 4 novembre), le parate militari, i manuali scolastici”.

 

Quello che il lettore troverà in queste pagine “è soltanto il frammento di un grande quadro in cui, come spesso accade nella storia, vi è una combinazione di gloria e d'infamia, di coraggio e di codardia, di nobiltà e di miseria. Ma questo frammento ha almeno il merito di essere autentico”.

 

Ricordi e percorsi di un viaggio, tenuti controvento e partecipati ai giovani in questo volume dove i luoghi dell’autore diventano filtro per leggere tratti di tempo. “In ventuno mesi – scrive l’autore – avevo visto la sconfitta e la vittoria. È per questo, forse, che non riesco a essere pessimista”.

 

La storia della ritirata, il caos sulle strade, l’assenza di coordinamento, “può essere raccontata in termini esclusivamente militari come catena di eventi destinati a produrre effetti sempre più gravi – annota ancora Sergio Romano – Noi, per continuare il gioco della parabola, vorremmo raccontarla come episodio esemplare della nostra storia nazionale

 

Considerata in questa prospettiva, Caporetto non è una battaglia contro gli austriaci e i tedeschi, ma una battaglia fra italiani. Da un lato, i soldati, cioè le grandi masse contadine che erano rimaste estranee alla grande vicenda risorgimentale e male capivano perché si chiedesse loro da due anni e mezzo un grande sacrificio; dall’altro, gli ufficiali, cioè la borghesia, cui spettava inquadrare quelle masse, inserirle in un grande disegno nazionale. Durante la ritirata più ancora che durante le ore della battaglia, si capì che la nazionalizzazione delle masse contadine era in Italia un lavoro precario e incompiuto. E si capì che la borghesia italiana, per ragioni sociali e culturali, faticava a compierlo”.

 

Perciò, è la tesi di Sergio Romano, “scrivere la storia d’Italia sino a quella che La Malfa ha definito la Caporetto economica degli anni Settanta significa rincorrere una curva febbrile che va su e giù come i trenini sulle montagne russe. A Caporetto la curva tocca il suo punto più basso. Poco più di un anno dopo, a Versailles, il paese dimenticherà di essersi creduto sconfitto e la curva ritornerà a toccare le vette dell’irrazionale. Felici i paesi che sanno fare ogni giorno la media ponderata delle proprie emozioni e navigare a eguale distanza fra gli scogli della disperazione e dell’esaltazione”. (red.)

 

 


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