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30/03/20 ore

Hans Mayer e la bambina ebrea, di Eleonora Spezzano


  • Elena Lattes

In una sera autunnale nella Varsavia occupata, un ufficiale della Wehrmacht, durante una passeggiata, incontra per caso una bambina di circa quattro anni che vaga da sola per le strade della città. Piove, fa freddo, la sede del comando è ormai chiusa e Hans – questo il nome del nazista – decide di portarla a casa sua in attesa di ricercare i suoi genitori.

 

Il giorno dopo, però, egli scopre che la piccola è sfuggita ad uno dei tanti rastrellamenti e che la sua famiglia, ebrea, è stata probabilmente già portata in qualche campo di sterminio. La bimba ha la febbre e Hans decide di tenerla con sé, prendendosene cura e nascondendola in casa. Inizia così il viaggio interiore, prima, e fisico poi, del protagonista di “Hans Mayer e la bambina ebrea”, pubblicato da Bonfirraro Editore.

 

Un romanzo corposo e molto avvincente attanaglia il lettore fino all’ultima pagina. La rocambolesca storia è del tutto inverosimile, con alcuni dettagli addirittura anacronistici, ma nonostante ricordi molto una soap opera americana, è un’opera particolare che dev’essere apprezzata per il semplice motivo che è scritta da una ragazzina di 14 anni, Eleonora Spezzano, studentessa al primo anno di un liceo classico calabrese, la quale ha saputo raccontare con delicatezza, e con una profonda conoscenza dell’animo umano, quel che ha imparato sui banchi di scuola, davanti alla televisione e forse anche in qualche visita didattica, sulla seconda guerra mondiale e sulle persecuzioni naziste.

 

L’io narrante è l’ufficiale (un’altra caratteristica molto particolare) che inizialmente nutre forti dubbi, ma che in seguito prova sempre più repulsione per la divisa che indossa e per il lavoro che è costretto a svolgere. Egli è in continuo dialogo con se stesso, non risparmiandosi nemmeno rimproveri e giudizi severi e anteponendo i propri valori morali all’ubbidienza e al conformismo. 

 

Unico tra i suoi camerati a mostrare per le vittime del nazifascismo un’umanità e perfino una sorta di complicità tali che ricordano i protagonisti di alcuni film o anche alcuni Giusti fra le Nazioni, Hans si rivelerà essere una persona altruista fino a compiere atti eroici, pur rimanendo, al contempo, una persona ordinaria.

 

Un personaggio ideale, dunque, in cui è facile immedesimarsi, che nonostante sia, soprattutto all’inizio, continuamente in bilico tra le sue paure, le sue indecisioni e la sua generosa umanità, opterà sempre per la soluzione vincente, seguendo la sua coscienza formatasi con le esperienze vissute e refrattaria alla propaganda razzista.

 

Una storia in cui non mancano il lato romantico e leggero così come molti momenti di spensierata tenerezza.

 

Scorrendo tra le pagine del romanzo, si percepiscono chiaramente non solo le conoscenze nozionistiche, ma l’impellente necessità della giovane autrice di riversare nella scrittura le forti emozioni di empatia per i sofferenti e di orrore per i crimini commessi, l’urgenza di condannare la violenza e il razzismo (che, come ricorda, possono sempre ripetersi se si abbassa la guardia), il desiderio, comune a molti suoi coetanei - come anche espresso così chiaramente da Anna Frank nel suo diario - di credere intimamente nella bontà del genere umano, della vittoria del bene sull’oscurità, nonché la speranza di un amore che non conosce confini e che si rende portatore di un pacifica e prospera convivenza.

 

 


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