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25/11/20 ore

La Cabala. Il mondo mistico dell’ebraismo, di Daniela Leoni


  • Elena Lattes

Nell’Ebraismo sono molti i testi di supporto alla comprensione della Bibbia. Uno di questi, il cui nome proviene dal verbo “ricevere” e che è diventato di uso comune per indicare la pratica di indovinare il futuro attraverso l’interpretazione dei numeri (ma con l’accento spostato sulla prima vocale), è la Cabalà.

 

Cabalà è dunque una “ricevuta” (anche nella lingua moderna) e si riferisce alle Tavole della Legge che, secondo le tradizioni bibliche, il Signore dette a Mosè sul Monte Sinai. 

 

Attorno ad essa si è sviluppata nei secoli una letteratura immensa: verso la fine del Medio Evo e nel Rinascimento alcuni cristiani, infatti, fondarono un movimento che, applicando procedure di studio cabalistiche anche al greco e al latino,  trasformò “una tradizione religiosa esclusivamente ebraica in un fenomeno intellettuale universale.”  Tra questi Pico della Mirandola fu sicuramente uno dei più famosi esponenti.

 

A darci una spiegazione dettagliata, ma sintetica e scorrevole di questo ambiente e dello studio che vi è nato e cresciuto intorno, è Daniela Leoni in “La Cabala. Il mondo mistico dell’ebraismo” pubblicato dalle Edizioni Dehoniane.

 

Dopo una breve introduzione storica, l’autrice riporta e commenta alcuni testi antichi che trattano della Creazione. Secondo la tradizione biblica essa avvenne attraverso dieci parole indicanti altrettante cose diverse: Cielo e Terra, Deserto e Vuoto, Luce e Tenebre, Aria e Acqua e la Divisione della Notte e del Giorno.

 

Come ogni parola anche esse sono costituite da lettere che nell’alfabeto ebraico hanno tutte un valore numerico e, secondo la mistica, “un’energia dinamica”. Dunque, ogni singola lettera rivestiva e riveste tuttora un’importanza fondamentale per l’interpretazione e la conoscenza profonda del mondo, del bene e del male. Una conoscenza che si può ottenere, sebbene solo parzialmente, attraverso lo studio di numerosi concetti racchiusi nella teoria della creazione: l’Ein sof ovvero l’infinito, la manifestazione e il “nascondimento”, le apparenti contraddizioni fra gli antropomorfismi biblici e la trascendenza divina.

 

Secondo le teorie cabalistiche quest’ultima agisce nel mondo attraverso le Sefirot, ovvero dei “livelli” diversi di rivelazione ai quali l’uomo può accedere appunto con lo studio e l’intelletto, anche se “esse non esauriscono il mistero di Dio, perché rendono accessibile alla conoscenza umana solamente una parte della luce divina”. Questa parte, paragonata a piccole scintille, possono essere elevate dall’uomo con l’adempimento dei precetti.

 

Questo insieme di azioni umane formano il “tikkun” (che letteralmente vuol dire “riparazione”) e tra di esse l’osservanza e la gioiosa celebrazione del Sabato rivestono un’importanza fondamentale. Il Sabato è visto come una sposa alla quale il popolo ebraico va incontro, formando quell’unione mistica tra il femminile e il maschile contenute nella trascendenza divina

 

In tutto questo come si inserisce il male? Esso, sempre secondo alcune delle teorie ben spiegate nel libro, ha origine nella rottura dell’equilibrio tra la giustizia e la misericordia. Secondo lo Zohar uno dei testi principali dell’ebraismo cabalistico, prima della Terra, l’Altissimo distrusse più volte i mondi che aveva creato poiché erano basati unicamente sulla giustizia senza il temperamento dell’amore e della compassione. 

 

Un sistema di pensiero, dunque, molto ampio e profondo di cui Leoni cita numerosi esponenti, da Luria (di cui ci offre una breve biografia) a Scholem, ricordandoci che esso si “esprime in forme molto articolate e complesse” e che “non è possibile interpretare la Cabala come uno sviluppo unitario e armonico di alcuni concetti fondamentali, condivisi”. Nonostante in tempi più recenti abbiano “cercato di individuare alcune linee di sviluppo (…) la riflessione sulla valenza simbolica e gnoseologica delle lettere dell’alfabeto non può essere inquadrata entro confini troppo rigidi”.

 

L’autrice infine dedica l’ultima parte del volume alle leggende e alla letteratura che si sono ispirate a questi metodi esegetici. In Italia, per esempio, erano diffuse già dall’XI secolo, mentre in Germania, nel XIII, nonostante non fossero ancora molto note, vennero redatte alcune opere nelle quali è spiegato come sia possibile “plasmare con l’argilla un essere, che potrà essere animato mediante la recitazione di alcune lettere dell’alfabeto ebraico.”

 

Da qui nacque il mito del Golem, il gigante di argilla creato dal Rabbino Jehuda Löw (Maharal) di Praga il cui termine biblico fu ripreso in numerosi testi successivi, e del dibbuk, l’anima in pena che entra in un essere vivente. Miti ai quali si sono ispirati tanti scrittori, in particolare nel mondo yiddish e chassidico, ma anche da altri come Kafka e i Fratelli Grimm.

 

 


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