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26/05/17 ore

Anish Kapoor al Macro di Roma


  • Giovanni Lauricella

L’horror art è un genere di marketing per oggetti e poster di varia foggia che affollano i negozi di giocattoli; ultimamente grazie a internet è diffuso alla grande da numerosi brand. Sono i mitici eroi dei fumetti a farla da padroni, insieme a quelli dei film horror e dei video giochi che vanno per la maggiore, i cui eroi, si fa per dire, sono fantastici individui dall’aspetto satanico che affascinano per mostruosità ed espressioni minacciose. Questi diavoli esteticamente elaborati e dall’aspetto accattivante vantano una moltitudine di cultori che costituiscono un mercato di una certa importanza finanziaria.

 

Sembra che l’arte contemporanea non si sottragga a questa iconografia commerciale, fabbricando anch’essa mostruosità di ogni genere che con abilità elegge a opere artistiche, spesso in formato gigante, le cosiddette installazioni, che hanno lo scopo di terrorizzare il malcapitato utente.

 

Hermann Nitsch, Marina Abramovic e Damien Hirst, sono i primi artisti contemporanei di una serie sterminata di tale fatta diventati ormai famosi che mi potrebbero venire in mente: mi riferisco ad artisti che propongono un genere che ha quel tipo di presa facile sul pubblico tipica di una opera artistica impressionante, ma se volessimo includere tra le varie emozioni anche lo stupore potremmo partire da Manzoni oppure dalle tetre plastiche sciolte al fuoco di Burri (sembra ricordato nella mostra) o dai sorprendenti tagli di Fontana fino ad arrivare a Cattelan.

 

Insomma, tutte le note dinamiche ben sperimentate dell’arte all’insegna della S, come scandalo: sesso, sangue, sterco e sacrilegio, quest’ultimo diventato meno frequente forse perché crea problemi incontrollabili.

 

 

È proprio quello che ti viene in mente andando al Macro alla vista delle opere di Anish Kapoor, una artistar che per l’ennesima volta tenta di nuovo di sorprendere il pubblico con effetti speciali, questa volta respingenti per la sgradevolezza della sensazione creata dal silicone appositamente modellato a fingere carni rosse appese al muro, con macchie che alludono a schizzi di sangue che producono una angosciante sinistra sorpresa.

 

Sicuramente l’autore vuole giustificare il tutto dando la colpa ad una società terrificante o ad un mondo in dissoluzione, alla violenza e alla morte sempre più incombente, di cui l’artista funge da medium di opere così create per ineluttabile conseguenza. Ma dove si vuole arrivare? Non si sa, non si riesce a capire o almeno non è così esplicito, ed è questo che mi sorprende in un artista così importante come Anish Kapoor.

 

 

Una mancata conclusione che trova nel nulla il suo punto di arrivo. Un senso di sufficienza che se da un lato rivendica una forma autoreferenziale di forte potere personale tipica delle artistar “io posso perché sono un grande artista”, dall’altro non trova niente di concreto a suffragare tale proponimento artistico.

 

Senza scomodare di nuovo Andy Warhol, si sa che il mercato è uno degli obbiettivi che hanno caratterizzato l’attività di molti artisti, e non solo quelli della Pop Art.

 

Esiste un merchandising “concettuale” al quale molti artisti attingono che, pur non avendo niente a che fare con il genere di cui sopra, cioè l’horror art, ne sfruttano alcuni meccanismi al punto che musei e gallerie paiono in alcune sale un mercato di megagadget dell’horror, fenomeno sostenuto e sponsorizzato da numerosi operatori culturali. Mi si potrà obbiettare che già dal ‘500 si propongono pezzi di carne appesa: questa sorta di tradizione di macelleria ha le origini da Bartolomeo Passerotti, Annibale Carracci, Joachim Beuckelaer e Rembrandt, rappresentazione che nel tempo non si è mai arrestata, coinvolgendo via via una stragrande quantità di artisti come Goya, Dellani, Cassinari, Soutine, Chagall, Guttuso, Bacon, Kounellis ecc. per citarne alcuni.

 

 

La mostra è ''costata al Comune 450 mila euro'', a detta di Federica Pirani, responsabile dell'Ufficio mostre (il resto è coperto da sponsor): vi sono esposte 30 opere con 24 inediti, è curata da Mario Codognato. Esposizione che l'assessore alla cultura di Roma (nonché vice-sindaco) Luca Bergamo dice è ''assolutamente da vedere''.

 

Di seguito riporto quello che ha detto della sua mostra Anish Capoor per gcom 24: ''Ci vuole un po' per essere artista. Non avviene immediatamente. Serve un impegno continuo, un lungo processo attraverso il fare o non fare qualcosa che può avere significato. E anche il fallimento non deve spaventare. Fa tutto parte del rischio che un artista deve correre''.

 

''Il significato non deve essere un problema dell'artista - commenta lui - Spesso, io stesso dico che non ho niente da dire. E' nella relazione tra l'oggetto e colui che guarda che si rivela il significato, con l'osservatore che diventa parte attiva dell'opera. Si, il viaggio di un artista è incerto ma è l'incertezza la cosa interessante''.

 

 

Per adesso il pubblico non si è mostrato interessato più di tanto; il clamore che si sperava suscitasse non ha avuto luogo, forse perché si è ormai allenati da quella sub-cultura di horror art prima descritta.

 

A voler far cassa seguendo la logica del sensazionalismo spettacolare delle quattro S di cui sopra, il trend più attuale è lo sterco, tanto che se avessero scelto come artista Bill Gates nella sua video performance mentre beve da Omniprocessor (che produce acqua potabile dal liquame di fogna) avrebbe attratto più curiosi. E in più, visto le sue note tendenze filantropiche, Gates non avrebbe aggravato le casse del comune di Roma, che, come sappiamo, versa in gravi condizioni.

 

 

Ma non disperate, se siete cultori di Anish Capoor e volete essere coinvolti in uno scenario per quanto lugubre ma di sicuro effetto drammatico, questa personale è la mostra del momento. Vedetela come grande messa in scena teatrale da Grand Guignol, ben accompagnate e intensificata dall’installazione di specchi deformanti. Un occhio di riguardo va al trittico in silicone dipinto a cera "Internal Objects in Three Parts" (2013-15) che è stato esposto quest'anno ad Amsterdam, tra i celebri quadri di Rembrandt presso il Rijksmuseum e l’installazione “Sectional Body Preparing for MonadicSingularity”, esposta l’anno scorso nel parco della Reggia di Versailles.

 

 

Anish Kapoor

curata da Mario Codognato

MACRO - Museo d’Arte Contemporanea di Roma 

fino al 17 aprile 2017

 

 


Commenti   

 
+1 #1 ilSocialista 2017-01-13 13:43
mirabile rappresentazion e estetica dello spirito dei tempi, ovvero del Grande Cazzo di Cane e del Grande Stronzo dell'avvenire; più che opere d'arte sono delle stronzate kitch, ma tutti sanno che anche una stronzata artistica ha piena dignità e nobiltà storica ed ideale quando rispecchia autenticamente il contesto economico-socia le che orgogliosamente la esprime
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