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23/10/17 ore

Un uomo, una mostra d'arte, un mondo. Wade Guitton commentato da Andrea Viliani



di Adriana Dragoni

 

Calamitare l'attenzione del pubblico parlando per due ore e poco più non è da tutti. Vi è riuscito Andrea Viliani, commentando i quadri dell'artista Wade Guitton esposti al Madre di Napoli. Questi quadri sono non solo site specific, come si dice, cioè  eseguiti proprio per questo museo. Sono anche stati addirittura realizzati nelle sue sale.

 

Che lui stesso, Andrea Viliani, che del Madre è il direttore, aveva fatto trasformare in una sorta di atelier di questo artista “digitale”, modernissimo e provocatorio. Dotandole, tra l'altro, di connessione internettiana e di stampante. Perché questi quadri, infatti, sono tratti da fotografie digitali stampate, a getto d'inchiostro, su tela.

 

Uno stampaggio difficoltoso, giacché si tratta di opere, tutte, di notevoli dimensioni ed è stato difficile, quindi, fare entrare le grandi strisce di tela nella stampante. Ciò ha fatto si che le copie di queste fotografie non siano per niente perfette. “Se lo fossero,- ci dice Viliani - sarebbero  solo copie, non arte. Ma così Wade Guitton  ha realizzato una sorta di moderno lavoro artigianale che ha una sua particolare espressività”. E notiamo, infatti, ad esempio, in una sua opera, l'espressione di una  ingombrante solitudine in un indumento lasciato sulla spalliera di una sedia fotografata davanti a una finestra aperta.

 

Una delle prime opere commentate da Viliani è “Via Nicotera”. Via Nicotera è una strada di Napoli, tra i Quartieri Spagnoli e l'elegante via Monte di Dio, dove ha sede il famoso Istituto degli Studi Filosofici.  L'opera è molto grande, occupa buona parte della parete e consta di due parti. Nella parte sinistra, via Nicotera è ripresa in una bella fotografia notturna, in cui spicca lo straordinario effetto di luce dato dai basoli di pietra lavica del Vesuvio, di un nero brillante; nella parte destra, c'è la copia imperfetta di questa sua fotografia: i piani non combaciano, sono come scivolati l'uno sull'altro e la strada è  quasi ribaltata: è la stessa strada ma non lo è più; mentre le luci baluginanti suggeriscono una realtà diversa, popolata da invisibili presenze inquietanti e dal tremante brivido di uno sconosciuto mistero.

 

“Le opere di Guitton, pur se rese con il ricorso della tecnica più moderna, non soltanto sono molto espressive come tutte le vere opere d'arte ma, come quelle, risentono anche della esperienza pittorica di altri artisti”, ci dice Viliani, il quale ci mostra che, passando dalla fotografia alla copia, i piani ritratti acquistano una direzione diversa, creando, nella copia, quasi uno spazio alieno. Come le sculture di Ettore Spalletti, lisce tavole imbiancate che, attraverso leggere deviazioni di piani, creano, in un ambiente definito, uno spazio diverso da quello che comunemente avvertiamo come reale.

 


 

Poi Viliani ci indica una sedia fotografata da quattro angolazioni differenti, come in un catalogo pubblicitario - dice, e osserva che ci ricorda Marcel Duchamps, il famoso dada che, mettendo un orinatoio in un museo, lo rese opera d'arte. Ma qui questa sedia realizzata in quattro versioni, ci pone anche la strana domanda: qual è il vero aspetto della sedia?

 

“ Nelle opere di questa mostra di Wade Guitton - avverte Viliani- c'è anche la testimonianza della sua immersione nella realtà napoletana. Vi sono numerosi riferimenti a Napoli”. Un grosso pesce, diviso a metà, e il forte rosso di vitalissimi gamberi ci sollecitano a immaginare le  “nature morte” dei napoletani Recco e Porpora

 

E molto efficace è la ripresa, a suo modo sconciata, delle famose “capuzzelle” napoletane, cioè di quei teschi conservati nel cimitero delle Fontanelle. Che sono oggetto della devozione popolare, resa attraverso la cura che i fedeli hanno di questa o quella “capuzzella”. Come se fosse ancora viva e potesse, con la sua magica forza, aiutare colui o colei che l'ha in cura. Questa fede napoletana che i morti continuino a vivere è efficacemente espressa, in quest'opera di Guitton, dal chiaro colore luminoso con cui è reso un grande mucchio di “capuzzelle”. In mostra c'è anche il ritratto di un Vesuvio, semplice e vero, con il monte Somma, quasi suo alter ego.

 


 

 

Ma, pur con questi riferimenti alla tradizione napoletana, l'americano Guitton ci fa entrare direttamente nel mondo della tecnica e, attraverso di essa, in un mondo futuribile, che il direttore Viliani ci illustra con grande efficacia, testimoniando la forza della sua immaginazione e della sua capacità di comunicarla.  Attraverso le sue parole, intuisco la sua visione di un mondo futuro. Mi trovo a vedere, con gli occhi della mente, il mondo dei doppi, in cui gli oggetti e anche poi le persone, avranno due realtà diverse. La normale realtà e quella aliena.

 

L'uomo materiale avrà una esistenza diafana, mentre il suo alter ego, il suo avatar, realtà astratta, sarà predominante. “Siamo fortunati, perché la fantascienza, con i suoi scrittori, gli autori di fumetti e i registi, questo mondo ce lo  ha già preannunciato e ci ha preparato a viverlo. Ci troviamo - dice sempre Viliani - in un momento di passaggio dall'una all'altra immagine del mondo e dell'uomo. È un fenomeno non nuovo - avverte -. Infatti  destabilizzante è stato, secoli fa, anche il passaggio dal mondo tardo gotico, dolce e armonioso, di Masolino a quello rude e sgarbato di Masaccio. La storia si ripete”- conclude citando Vico.

 

Non sono stanca delle sue spiegazioni, vorrei ascoltarlo ancora e gli domando:  “… È giusto considerare nella civiltà occidentale due poli: l'uno simboleggiato dal Partenone, l'altro dal Presepio? “ “Certo. Magnifico!” mi risponde rapido. Ha già capito, credo, quello che voglio dire. Suppongo che, da amante della cultura napoletana, della quale quella popolare è lo specchio o l'origine, anche lui ami il Presepio, con il suo scoglio circolare, con le sue rocce naturali, che racconta il miracolo della nascita di un bambino, mentre attorno le scene della vita quotidiana e le tavolate di amici affermano che tutta la vita è  sacra, nella sua immanenza pagana.

 


 

E, dal confronto con il Presepio, risulta più chiara l'astrattizzazione della realtà umana iniziata, nella potente e ricca Atene dei tesauroi del V secolo a.C., con la costruzione  del Partenone, costruito sbilenco perché rendesse l'astratto spazio razionale a tre dimensioni.

 

E fu l'esaltazione della ragione classica. Che si affermò, nella potente Roma dei ricchi pubblicani. E ritornò nella Firenze rinascimentale dei banchieri medicei. E ancora una volta si impose nel neoclassicismo giacobino e napoleonico dei banchieri parigini.  E oggi, mentre impazza la finanziarizzazione dell'economia, il mondo e l'uomo sembrano, come nelle immagini di Wade Guitton, diventare sempre più astratti.

 

Come il denaro che, sempre più potente, dalla realtà della pecunia (da pecus=pecora) è diventato moneta metallica, poi cartacea e infine astratta cifra computerizzata. Così appare sempre più chiara, nella storia, una sorta di identificazione dell'uomo razionale con il denaro. Ma forse così si è ritornati alle origini. D'altronde non è forse vero che la parola latina ratio (da cui la parola “ragione”) dapprima significò soltanto far di conto, spostando palline sulle linee diritte di un abaco?

 

 


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