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24/07/17 ore

Libertà di religione e credo: intervista a Raffaella Di Marzio



di Camillo Maffia

 

Con Raffaella Di Marzio, docente esperta in modo particolare di nuovi movimenti religiosi e membro della Società italiana di psicologia della religione, ci siamo confrontati l'ultima volta su Agenzia Radicale nel 2013, cinque anni fa. In questa conversazione avremo modo di ripercorrere quello che è cambiato in questo considerevole lasso di tempo in relazione alla libertà di religione e credo in Italia.

 

Partiamo dal convegno che si è tenuto il 22 marzo scorso, Libertà di religione e credo. Diritti umani, dialogo e inclusione sociale, organizzato dal CESNUR alla Camera dei deputati grazie all'interessamento dell'on. Luigi Lacquaniti. Puoi spiegarci com'è nato questo momento d'incontro e il perché dell'urgenza di una legge sulla libertà religiosa in Italia?

 

Il convegno nasce da una esigenza ormai molto antica, nel senso che in Italia abbiamo ancora una legge che risale al periodo fascista, per quanto riguarda la situazione delle religioni minoritarie, che non si è riusciti in alcun modo a modificare né a rifare dalle fondamenta. È quello che bisognerebbe fare, annullare il regime fascista e approvare una legge che risponda veramente alle esigenze della diffusione del pluralismo religioso oggi in Italia. Questa è l'esigenza di cui si sente la necessità ormai da decenni.

 

Era importante che in un evento su questo tema fossero coinvolti esponenti, il più possibile numerosi, delle minoranze religiose presenti in Italia. Questo è stato realizzato perché non è stato un appuntamento per pochi addetti ai lavori o di discussione tra alcuni politici o soltanto tra persone interessate a questioni giuridiche. Questo evento ha visto la partecipazione attiva di un gruppo di relatori qualificati in maniera eccellente in diversi ambiti legati alla questione della libertà religiosa. Ma soprattutto erano presenti una trentina di associazioni che rappresentavano altrettante minoranze religiose ed alcune ONG che si battono perché la libertà religiosa sia difesa nel nostro paese e anche altrove. È stato un vero incontro con le istituzioni, rappresentate dai parlamentari presenti, primo fra tutti l'on. Lacquaniti.

 

Abbiamo avuto anche l'importante presenza della dottoressa Nardini, che rappresentava la presidenza del Consiglio, e quella del ministro della Giustizia Andrea Orlando che ha inviato un saluto al convegno e una serie di linee di discussione molto approfondite sul tema. Vi erano poi le persone colpite quotidianamente dal fatto che non c'è una legge che difenda i loro diritti e le tuteli, e il mondo accademico, giuridico e dell'attivismo. È stato un momento d'incontro per tutti coloro che sono interessati a risolvere una volta per tutte questo problema. Credo sia stato questo il primo valore del convegno.

 

Qual è a tuo avviso il significato di un appuntamento come quello che hai descritto in questo momento storico, anche in relazione a quello che secondo te è cambiato rispetto all'ultima volta che abbiamo approfondito questi aspetti?

 

Nell'ormai lontano 2013 eravamo in una situazione molto diversa. Di fatto eravamo nel pieno di una campagna antisettaria che prendeva di mira alcuni gruppi minoritari che magari non erano neanche religiosi, ma comunque erano legati a pratiche molto diverse rispetto a quelle che per noi sono “normali”. Una serie di agenzie, non soltanto le ONG impegnate a combattere le sette, ma anche alcuni settori del ministero dell'Interno e della polizia con la Squadra Antisette in primo piano, si proponevano di contrastare presunti crimini commessi da questi gruppi etichettati come sette.

 

La speranza era di arrivare all'approvazione di una legge che reintroducesse nel nostro ordinamento il plagio, con la motivazione che le sette farebbero il lavaggio del cervello alle persone e non le si potrebbe colpire perché questa legge fu abolita dalla Corte Costituzionale. Questo comportò in quegli anni vicende giudiziarie terribili per alcune minoranze che sono state attaccate, che si sono concluse in maniera completamente diversa rispetto a quello che ci si aspettava. Nessuna setta pericolosa è stata condannata per i reati generalmente attribuiti alle sette: o sono stati condannati per reati minori o sono stati assolti.

 

Quella fase ormai è arrivata a conclusione. Avevamo anche la stampa totalmente dedita a sostenere queste campagne: era una situazione da cui sembrava molto difficile poter uscire. La proposta di quella legge poi non ha avuto seguito, fortunatamente. Il clima era abbastanza oscurantista e pericoloso per le libertà civili e per i diritti umani nel nostro Paese.

 

Andiamo invece al clima di oggi. Proviamo a riassumere il quadro della libertà di religione e credo in Italia: ci sono gruppi che soffrono, a cui sono negati i diritti? Credi che ci sia il rispetto dei principi d'uguaglianza e di laicità quando si arriva al credere e al non credere?

 

Questo non c'è ancora. Negli anni i processi sono finiti, le sentenze sono arrivate e la stampa ha cominciato a interessarsi sempre meno perché non fa notizia dire che un gruppo è stato assolto o condannato per reati minori, così non ne parlano più. Quella fase acuta di attacco diretto alle minoranze è passata, la proposta di quella legge non è stata più calendarizzata: questo pericolo non c'è più, ma il problema non è stato risolto perché ancora nel nostro Paese i diritti delle minoranze sono calpestati quotidianamente. Pensiamo a quello che è successo con i luoghi di culto in alcune regioni italiane con le “leggi antimoschee”, alle difficoltà che molti di questi gruppi hanno a ottenere l'intesa, anche quelli conosciutissimi come gli Hare Krishna.

 

Poi abbiamo il mondo islamico, colpito dall'islamofobia in una maniera molto sentita: loro avvertono tutte le conseguenze sulle loro spalle. Si sta tentando un confronto, almeno con alcune associazioni, una specie di patto come quello che è stato ratificato dal ministero dell'Interno recentemente, purtroppo solo con alcune formazioni islamiche. Diciamo però che un passo avanti è stato fatto. Tutto il resto invece è rimasto come prima. Le singole regioni o autorità locali si comportano nei riguardi di questi gruppi quando chiedono un luogo di culto come se fossero gruppi dai quali bisogna guardarsi, che la gente non vuole. Il singolo prende delle decisioni che contrastano con la nostra Costituzione per poi magari vedersi impugnata la decisione, ma intanto le comunità continuano a soffrire.

 

Dal convegno a questo proposito sono emersi un paio di punti fondamentali, che potremmo definire i pilastri su cui si è orientata la riflessione: il problema dell'educazione e quello della comunicazione. Parlaci di questi aspetti.

 

Questi sono i due pilastri sui quali bisogna lavorare. È chiaro che dare vita a una nuova legge sulla libertà religiosa è importantissimo, ma questa legge non può non tener conto di questi due pilastri. Informazione ed educazione riguardano il pubblico in generale e le persone in crescita, quelli che un domani avranno la responsabilità di questa nazione: i bambini, i ragazzi, i giovani. È emerso dal convegno che la scuola italiana ha un modello istituzionale del tutto inadeguato: non è in grado di affrontare le sfide di un pluralismo religioso sempre più accentuato e diversificato. Non c'è una vera presenza dello studio del fenomeno religioso in tutte le sue implicazioni, salvo l'ora di religione cattolica che però è un insegnamento marginale, opzionale. Non ha la funzione importantissima che dovrebbe fornire l'istituzione scolastica in questo settore che è la conoscenza approfondita del fenomeno religioso per come si presenta nella vita quotidiana delle persone. Questa dovrebbe portare poi alla promozione dei valori educativi del rispetto per gli altri, dell'accettazione della diversità e delle altre identità oltre alla propria.

 

È importantissimo a livello di prevenzione, perché l'istituzione educativa è l'unica che può prevenire tutte le forme di radicalizzazione: una volta che s'interviene sulle nuove generazioni si può evitare che altri giovani siano reclutati nei vari gruppi che si radicalizzano e arrivano alla violenza. Il fatto che l'istruzione sia inadeguata ad affrontare il fenomeno è stato messo abbondantemente in evidenza e ampiamente condiviso.

 

L'altra questione è quella della comunicazione, della diffusione delle notizie attraverso i media che in realtà è l'unica forma educativa. Le persone che guardano la TV e leggono i giornali da questo apprendono una realtà in parte o del tutto falsificata: i media non presentano il pluralismo religioso obiettivamente nella sua essenza, con i suoi lati oscuri e positivi, ma unilateralmente come un panorama di pericolo. I media generalisti non danno spazio alle notizie sul dialogo interreligioso, ai valori proposti dalle minoranze e a tutto ciò che a livello di volontariato – per esempio i corridoi umanitari – viene fuori dall'impegno di gruppi che danno un contributo straordinario alla società. L'informazione sembra fare la scelta deliberata di non dire una parte della realtà ed evidenziare solo l'oscurità che ci sarebbe nelle religioni, in particolare in questo periodo per quanto riguarda l'islam.

 

 


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