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30/06/22 ore

Gabriele Del Grande in mezzo a cose turche



«Mi hanno fermato al confine, e dopo avermi tenuto nel centro di identificazione e di espulsione di Hatay, sono stato trasferito a Mugla, sempre in un centro di identificazione ed espulsione, in isolamento. I miei documenti sono in regola, ma non mi è permesso di nominare un avvocato, né mi è dato sapere quando finirà questo fermo. Sto bene, non mi è stato torto un capello ma non posso telefonare, hanno sequestrato il mio telefono e le mie cose, sebbene non mi venga contestato nessun reato. La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro».

 

Questo è ciò che si conosce dell’arresto il 10 aprile scorso in Turchia di Gabriele Del Grande dalla sue stesse parole, che fanno parte di una conversazione telefonica con la compagna di vita in cui non gli è stato possibile contattare nessuno.

 

Come ricostruisce ilpost.it “... Del Grande era in Turchia dal 7 aprile per fare delle interviste ad alcuni profughi siriani per il suo ultimo libro, Un partigiano mi disse, un’opera sulla guerra in Siria e sulla nascita dello Stato Islamico, come aveva spiegato lui stesso quando ne aveva lanciato il finanziamento attraverso il crowdfunding”.

 

Dopo 10 giorni, domani, venerdì, al giornalista e documentarista italiano sarà concessa la possibilità di incontrare alcuni rappresentanti diplomatici italiani. Secondo Luigi Manconi, presidente della Commissione per i diritti umani del Senato, le procedure per il rilascio del nostro connazionale «potrebbero essere non brevi», in quanto sarebbero emerse non ben specificate accuse riguardanti la sicurezza nazionale turca.

 

La situazione in Turchia è infatti abbastanza delicata e negli ultimi mesi la vita di chi dissente si è fatta difficile, con il regime sempre più intanto ad avere un “occhio di riguardo” verso chi lavora nel mondo dell’informazione. Come denunciato da Amnesty International, “con oltre 120 giornalisti e altri operatori dei media in prigione, varie migliaia di disoccupati per la chiusura di oltre 160 aziende del settore, l’effetto dell’ultima ondata di erosione della libertà di stampa è chiaro: il giornalismo indipendente, in Turchia, è sull’orlo di un precipizio”.

 

La Turchia – riferisce sempre l’organizzazione umanitaria– “si è aggiudicata un titolo poco glorioso: secondo la Commissione per la protezione dei giornalisti, è il paese con più arresti di giornalisti al mondo”. In particolare, un terzo dei giornalisti, operatori dei media e conduttori televisivi imprigionati nel mondo si trova nelle prigioni turche. Alcuni sono rimasti in prigione per mesi e nella maggioranza dei casi senza processo. Giornalisti di ogni ramo sono presi di mira in una repressione senza precedenti, che colpisce tutti i mezzi di comunicazione dell’opposizione”.

 

In questo quadro, per nulla rassicurante, si inserisce con ogni probabilità anche la vicenda di Gabriele Del Grande. (red)

 

 


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