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18/08/17 ore

Tutto in bilico tra Trump, Putin e Al Assad


  • Silvio Pergameno

La situazione in Siria, a seguito dell’attacco compiuto con gas nervino nel villaggio di Khan Sheikhoun (in territorio occupato da ribelli), potrebbe evolvere verso un panorama molto più complesso. Già in partenza si è rivelata una grave e confusa vicenda, a partire dal nervo scoperto del Presidente russo, che ne aveva ben donde, perché, a non voler pensare che l’idea provenisse dai…controllori, che sarebbe per lo meno assurdo, non resta che rifugiarsi dietro una – diciamo così - svista siriana, ben orchestrata e messa accortamente in atto, in modo che nessuno ne sapesse nulla. E la Russia controllante ne uscirebbe comunque male. Ma procediamo con ordine.

 

Gli Stati Uniti, allora, tallonati da altri paesi, hanno investito subito l’ONU della questione, in particolare a causa del fatto che già nel 2013 c ‘era stato, come tutti ricordiamo, un episodio analogo (con conseguenze ancora più gravi): la linea rossa tracciata, a suo tempo, da Obama era stata superata, anche se il Presidente Usa non ne trasse le conseguenze; ma al ripetersi di un fatto tanto deprecabile, il ricorso all’ONU era inevitabile. Solo che Putin ha reagito male, con la dichiarazione di voler usare del veto in Consiglio di sicurezza. Ma non è stato un comportamento inspiegabile, perchè in gioco veniva non soltanto la figuraccia, ma tutto il senso della presenza russa in Siria, con il rischio dello sfascio del telaio pazientemente, e costosamente costruito da Mosca.

 

Quel che probabilmente nessuno si aspettava è stata la risposta di Trump. Trump l’isolazionista, Trump poco persuaso delle sanzioni alla Russia per la vicenda della Crimea, Trump populista e contrario ai trattati transatlantici, Trump criticato dagli stessi repubblicani, Trump seccato dal comportamento degli europei che non si impegnano in niente…

 

Intanto, dopo l’iniziale fase incandescente sono intervenuti passi di moderazione, Putin ha reso dichiarazioni sdrammatizzanti. Il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, è partito per Mosca dove ha incontrato il Ministro degli esteri russo Sergey Lavrov e poi lo stesso Putin, il quale non si è sbottonato, ma non ha nemmeno chiuso a nessuno la porta in faccia. Si direbbe sia in attesa di qualcosa. E gli stessi missili lanciati sull’aeroporto di Al Shayrat (tra l’altro pare che parecchi abbiano pure fatto cilecca).... non hanno rappresentato una massive retailiation, e poi gli USA hanno preventivamente informato il Cremlino e l’aeroport…, cioè l’episodio sembra a prima vista l’indice di un possibile mutamento di rotta nella politica di Trump, anche se probabilmente hanno torto coloro che si rifugiano dietro l’imprevedibilità del Presidente USA.

 

Il nuovo corso alla Casa Bianca non sembra un fatto estemporaneo, perché segue a movimenti nella compagine governativa, con la presenza di alti generali in posti chiave e perché subito dopo la reazione armata in Siria c’è stato l’invio verso la Corea del Nord (dietro cui c’è la Cina) della portaerei “Carl Vinson”, l’ammiraglia della flotta USA, e poi la bomba ad alto potenziale fatta esploderein zona montuosa occupata dai talebani presso il confine del Pakistan e poco abitata (più un segnale che un’operazione bellica vera e propria). Chiara dimostrazione di un interesse ben preciso sui punti più dolenti della situazione mondiale, l’indicazione di voleraprire un discorso complessivo. Perché la situazione è difficile.

 

Una situazione che si è avvitata su se stessa e da cui non sarà facile uscire, perché dietro le sorti di Bashar, c’è il fatto che i russi lo vogliono salvare, come mezzo per la loro presenza e la loro politica in Medio Oriente e perché dietro Bashar c’è l’Iran che lo sostiene in quanto avamposto sciita in terra sunnita, mentre gli americani di Bashar non vogliono sentir parlare, ovviamente per gli stessi motivi per i quali i russi vogliono tenerlo.

 

Non basta quindi auspicare che si trovi una mediazione tra le due posizioni. Questo significa allora che l’atteggiamento assunto da Trump dopo l’episodio dell’attacco chimico al villaggio preludea un ritorno al passato, smentendo il Trump delle prime impressioni? O non si tratta forse di un tentativo diverso? E sulla base di quali criteri? Si può escludere che siano su per giù quelli del populismo trumpiano? E noi? La marginalità in cui l’Europa si condanna, da sempre denunciata su A.R., testimonia ancora una volta i rischi cui si espone, e che nella presente circostanza possono essere particolarmente gravi, perché non si può certo escludere che i paesi europei siano chiamati a pagare il conto della via di uscita dalla crisi.

 

Se Putin si trova in una situazione difficile, non va dimenticato che ha anche parecchio da offrire e lo stesso si può dire per Trump. Come si è già accennato, l’evoluzione di Trump rivelata dal comportamento da lui tenuto nel presente aggravamento della crisi siriana non significa affatto che il Presidente Usa non sia disposto a negoziare con Putin nuovi accordi lasciandogli mano più o meno libera in Europa. E lo stesso si può dire per la questione della Corea del Nord, per un eventuale discorso a tre e l’Europa ovviamente a giocare la parte del ghiotto bocconcino da spartire, con la Gran Bretagna alla ricerca di una salvezza ai margini.

 

Ecco perché sarebbe ora che gli europei prendessero coscienza della situazione e che tutto l’armamentario dei lepenisti, grillini, leghisti e compagni vari ne traessero le conseguenze e che soprattutto lo facessero i popoli e i partiti sotto elezioni nei mesi a venire.

 

 


Commenti   

 
0 #1 ilSocialista 2017-04-14 12:44
amico mio, la situazione americana è un classico refrain della Storia dai tempi di Tutankamen; quando uno non sa che fare la "butta in caciara"; Trump è andato al potere sulla spinta di tensioni sociali indotte dal modello monetarista-lib erista; le profonde riforme che sarebbero necessarie sono bloccate dal cosiddetto "deep state" il blocco di potere dominante; allora tantovale arrangiarsi e distrarre l'attenzione con delle azioni militari che tra l'altro possono sostenere l'economia col volano delle spese pubbliche belliche, il cosiddetto "warfare"; il paradiso per il complesso militare-indust riale.
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