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23/05/18 ore

Un sistema politico squilibrato che crea scompensi


  • Luigi O. Rintallo

Il disturbo bipolare è uno dei più complessi della personalità: difficile da superare, riaffiora anche dopo che sembrava sopito e provoca scompensi. Una condizione simile la vive l’ordinamento politico-istituzionale del nostro Paese, perché è all’insegna dell’ibridismo e della doppiezza che stenta a trovare una soluzione capace di renderlo davvero efficiente.

 

La scelta semi-presidenziale che lo caratterizza è stata tenuta nascosta a lungo, senza che emergesse a un livello di consapevolezza diffusa. Proprio questa natura ambigua, legata al ruolo del Presidente della Repubblica, nominato dal Parlamento e irresponsabile dei suoi atti, è uno dei nodi che dovrebbero finalmente sciogliersi perché crea continui squilibri che rischiano di pregiudicare la solidità democratica dell’Italia.

 

Per molto tempo la figura del Capo dello Stato è stata intesa dai cittadini come puramente di rappresentanza: ciò è stato possibile sino a quando il sistema dei partiti era forte, contando sulla forza che gli derivava dall’essere i partiti stessi garanti degli equilibri post-Yalta.

 

Che gli inquilini del Quirinale non fossero però solo dei notai, i più avvertiti lo potevano comprendere in alcune occasioni particolari manifestatesi nelle fasi di passaggio politiche come il primo centrosinistra (con il presidente Segni che attiva il gen. De Lorenzo, per esempio) o come quella iniziata dopo il 1989 e chiusasi con il declino della cosiddetta prima Repubblica a seguito di Mani pulite, che ebbe in Cossiga un presidente quanto mai interventista.

 

Con il dissolvimento dei partiti della prima Repubblica, si è avuto anche un debordare dell’azione di influenza del Quirinale. Il sistema è risultato così squilibrato e lo squilibrio è stato aggravato dall’introduzione del maggioritario nelle elezioni politiche. Dopo Scalfaro, i presidenti sono stati scelti da assemblee parlamentari che non rispecchiavano, come nel proporzionale, la rappresentatività dell’elettorato.

 

È poi accaduto che, ad eccezione di Ciampi, gli altri due presidenti – Napolitano e Mattarella – hanno visto convergere sui loro nomi solo i voti di maggioranze parlamentari che erano il risultato di artifici quali i premi di maggioranza e non corrispondevano alla condizione reale della distribuzione dei consensi nel Paese.

 

Se a tutto questo si aggiunge, infine, che dal 2006 Camera e Senato sono state elette con una legge dichiarata incostituzionale da una sentenza della Consulta, ben si comprende che ogni pretesa di attribuire ai Capi dello Stato il ruolo originario del dettato della Legge fondamentale appare fuor di luogo. Questo al di la della stessa volontà dei protagonisti.

 

Se ne è avuta conferma in questi giorni, quando Mattarella è venuto a trovarsi in una situazione decisamente critica, dal momento che, al termine delle inusuali consultazioni per la formazione del governo dopo il voto del 4 marzo, la soluzione da lui proposta lo posizionava al limite estremo della crisi istituzionale: mandare alle Camere un governo espressione della sua volontà solo per vederselo bocciare dai parlamentari.

 

 


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