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14/07/24 ore

Cécile Kyenge, fra insulti e politically correct


  • Florence Ursino

Donna e nera. Non poteva andar meglio di così a leghisti, giornalisti, razzisti (sarà pura casualità la medesima desinenza...?), liberi di dar sfogo a tutto lo straparlare che la nomina di una ministra di origine congolese può provocare.

 

A meno di 48 ore dal giuramento al Quirinale della nuova squadra di governo voluta dal premier Enrico Letta, Cecile Kyenge, neotitolare del ministero per la Cooperazione Internazionale e l'Integrazione, è di fatto diventata l'emblema di un'Italia che arranca verso una pseudomodernità fatta di consolidate realtà assurte al ruolo di riformanti, rivoluzionarie ideologie e vecchi, solidi, stereotipi in grado di accendere la miccia della sterile polemica tanto preziosa per i salotti nostrani.

 

Così la decisione di inserire nell'esecutivo italiano l'oculista 49enne originaria di Kambove (Congo), che nelle intenzioni del primo ministro “significa una nuova concezione di confine, da barriera a speranza, da limite invalicabile a ponte”, si è già guadagnata il gratificante insulto del leghista Borghezio ("una scelta del cazzo" ), il conseguente e inevitabile rimbrotto della presidente della Camera, Laura Boldrini ("E' indegna di un Paese civile la serie di insulti che si sta rovesciando sulla neoministra”), le solite offese dei cybernazisti e l'assalto alla diligenza del politically correct da parte della integerrima stampa italiana.

 

A tanti, insomma, la 'pelle abbronzata' (Berlusconi docet) dei Kyenge non va proprio giù. Come sembra non siano gradite a molti altri le sue prime, per niente timide, dichiarazioni di intenti: abrogare la legge Bossi-Fini e il reato di clandestinità, chiudere i Cie, abolire il permesso di soggiorno a punti, rivedere i requisiti per i rincongiungimenti familiari in modo da dare certezza al diritto all'unità familiare e, soprattuto, lavorare sulla proposta di legge che contempli il passaggio dallo ius sanguinis allo ius soli, per il riconoscimento della cittadinanza per chi nasce in Italia.

 

Un programma che la stessa neoministra, già parlamentare nelle file del Pd, ha prontamente definito 'arduo'. Sempre meno che avere la pelle nera in un Paese che ben quindici anni fa incoronò 'più bella d'Italia' proprio una Miss nera.


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