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05/06/20 ore

Condanna a Ottaviano Del Turco: la latitanza delle prove


  • Ermes Antonucci

Il tribunale di Pescara ha condannato l’ex presidente della Regione Abruzzo Ottaviano Del Turco a 9 anni e 6 mesi di reclusione al termine del processo su presunte tangenti nella sanità privata. Un processo durato ben cinque anni ma che, giunto al suo primo grado di giudizio, non riesce ancora a dissipare i numerosi dubbi ed interrogativi che circondano la vicenda.

 

 

Tutto comincia il 14 luglio 2008, quando l’allora governatore abruzzese viene arrestato con l’accusa di aver chiesto ed ottenuto mazzette per sei milioni di euro da imprenditori della sanità privata. Del Turco finisce nel carcere di Sulmona, il “carcere dei suicidi”, e lì vi rimane per 28 giorni, sorvegliato – come racconterà successivamente in un’intervista a Marco Pannella –  24 ore su 24 e sedato con dosi di Tavor.

 

A fare il nome di Del Turco – subito dimessosi da governatore – è soprattutto il re delle cliniche private Vincenzo Angelini, patron della casa di cura “Villa Pini” (poi fallita con seguente processo per bancarotta fraudolenta). Angelini, infatti, spiega agli inquirenti di aver pagato tangenti per circa 15 milioni di euro ad amministratori pubblici regionali sia di centrosinistra che di centrodestra, in cambio di agevolazioni e benefici.

 

Tutto sarebbe ben documentato con registrazioni, filmati, fotografie, tant’è che il procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi si spinge a parlare di “prove schiaccianti” sul fatto che gli arrestati stessero distruggendo la sanità abruzzese: “Una valanga di prove che non lasciano spazio a difese”.

 

Durante l’udienza preliminare, però, iniziano ad emergere i primi segnali di debolezza dell’accusa. Trifuoggi decide addirittura di leggere in aula delle intercettazioni a sfondo sessuale di Del Turco, al fine di dimostrare “come funzionava l’Abruzzo con Ottaviano Del Turco governatore”. Un modo, per molti e per lo stesso ex governatore, di provare una colpevolezza morale dell’imputato in mancanza di quella giudiziaria.

 

In dibattimento l’impianto accusatorio continua a sfaldarsi, e l’attendibilità di Angelini vacilla. Nei conti bancari di Del Turco non si trovano tracce dei versamenti riconducibili alle tangenti. L’incrocio tra i dati telepass delle auto usate da Del Turco e dal suo accusatore smonta le testimonianze di quest’ultimo. Emergono foto sfocate, altre datate in modo erroneo da Angelini. Le rogatorie all’estero non forniscono elementi di rilievo. Insomma, a spingere Angelini all’offensiva giudiziaria – si difende Del Turco – sarebbero state le sue difficoltà economiche e, paradossalmente, i tentativi del governatore abruzzese di dare una ripulita al settore della sanità, immerso in un mare di malaffare e corruzione.

 

Passano i mesi e della “montagna di prove”, nel processo, pare non esservene traccia. È per questo che, dopo cinque lunghissimi anni di indagini, la richiesta dei pm – 12 anni di reclusione per Del Turco – appare come un’enormità agli occhi degli osservatori esterni. Tutto sembra indirizzare il procedimento verso una clamorosa assoluzione, e invece ieri, a sorpresa, la condanna: 9 anni e 6 mesi.

 

Del Turco è stato riconosciuto colpevole di associazione per delinquere e per alcuni episodi di corruzione, concussione, tentata concussione e falso. È stato invece assolto da un episodio di falso e da un abuso. Condannato a tre anni e mezzo anche “il grande accusatore”, Vincenzo Angelini.

 

L’ex governatore abruzzese si è detto “sotto shock” e ha paragonato la sua condanna a quella di Enzo Tortora: “Penso che l’errore giudiziario di questo processo sia stato quello di arrestarmi prima e cercare poi delle prove. Ma non hanno trovato prove e i giudici si sono affidati a un teorema”. Dello stesso tenore il commento del suo legale, Giandomenico Caiazza: “È una sentenza che condanna un protagonista morale della vita politica, istituzionale, sindacale del nostro paese accusato di aver incassato sei milioni e 250 mila euro a titolo di corruzione dei quali non si è visto un solo euro”.

 

Ottaviano Del Turco, dimenticato dai suoi “compagni” del Pd – del quale è stato uno dei 45 fondatori – e fisicamente provato dalla malattia, ha annunciato che farà appello. Provando a riconquistare, come confidò a Marco Pannella, la sua “dignità”.

 

 


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