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26/09/18 ore

75.sima Mostra del Cinema di Venezia: Leone d’oro a Roma, di Alfonso Cuarón anche se il capolavoro vero è quello dei fratelli Coen


  • Vincenzo Basile

Roma è il racconto dell’anno terribile della famiglia di Sofia (Marina de Tavira), una madre medio borghese che deve gestire un marito assente e quattro figli da crescere, mentre la sua domestica Cleo affronta un difficilissimo frangente continuando comunque a prendersi cura dei bambini che adora come fossero suoi figli.
Tutto ciò accade nel quartiere Roma, durante gli anni ’70 a Città del Messico, mentre sono in atto degli sconvolgimenti politici profondi.

 

Si è detto e scritto che la commovente storia dell’infanzia del regista messicano abbia convinto i giurati e messo d’accordo i critici e il pubblico per la sua toccante poetica.

 

Di come si sia formato il verdetto non è dato sapere ma che pubblico e critica fossero equamente schierati tra i due contendenti era palese da subito. Il presidente della Giuria, Del Toro, è notoriamente e da gran tempo molto amico di Alfonso Cuaron e data la papabilità del film in questione, le consuete voci di corridoio sin dall’inizio del Festival, supponevano che la circostanza potesse rendere il regista messicano (già meritoriamente favorito) quel poco in più da superare il rivale vero e cioè il film su Buster Keaton dei Coen.

 


 

Che entrambi fossero film Netflix e che quindi non vedranno mai nè schermi nè sale, intese come cinema, nessuno o quasi aveva mai sollevato la questione che, comunque la si valuti, certamente si pone. Essenzialmente in termini di concorrenza sleale per i più, esercenti di sale e multisala in primis. E a Cannes ne sanno molto più di qualcosa.

 

Le polemiche iniziali sono dunque destinate a perseverate, al di qua e al di là di mari e oceani. Per quanto riguarda gli autori italiani sembrava fosse finalmente giunto il momento di un riconoscimento importante e ufficiale in Patria a un autore già ampiamente affermato internazionalmente ma Roberto Minervini con “What you gonna do when the world is on fire?”, il documentario sulla radicata persistenza del razzismo negli USA che tra i molti, anche la giurata Naomi Watts aveva tanto apprezzato, non è ha evidentemente raggiunto il quorum.

 

Come un altro importante film, Capri Revolution di Mario Martone, storia di emancipazione femminile e profonda riflessione sulle relazioni umane nel primo anteguerra, ambientato nell’allora incontaminato arcipelago Campano.

 


 

È  The Nightingale di Jennifer Kent a riscuotere invece ben due trofei: il “premio Marcello Mastroianni per il miglio attore emergente”  a Baykali Ganambarr, attore aborigeno al suo esordio e il “Premio Speciale della Giuria”. Ringraziando dal palco giuria e pubblico, l’unica regista in concorso ha lanciato un incoraggiamento alle donne sulla necessità di una loro maggiore presenza  sia nel cinema che altrove.

 


 

Altro titolo che porta a casa due premi è “The Favourite” del regista greco Yorgos Lanthimos: coppa Volpi meritatissima per Olivia Colman, e Gran Premio della Giuria. Vince il premio per la “Miglior RegiaJacques Audiard per “The Sisters Brothers”, fratellanza pistolera a caccia del colpaccio che gli risolverà la vita. Il film più divisivo di questo festival? Sicuramente Napszállta (Tramonto) dell’ungherese Laslo Nemes. Molti i detrattori, almeno altrettanti gli estimatori; Michel Ciment, direttore e patron di Positif (le sue stellette sulle pagelle dei film in concorso sono le più ambite della stampa internazionale) ci regala in esclusiva la sua.

 

 

“Ho amato molto Tramonto perché già dai primissimi minuti si vede che il regista prende il pieno controllo sul film; questo è raro perché nella maggior parte dei casi non c’è quasi mai una visuale così personale. Mi ha molto colpito, questo suo modo di inquadrare, di seguire i personaggi, l’ambientazione, lui impone la sua visione già nei primi 5 minuti. Inoltre riesce a stabilire un rapporto con il film precedente, Il Figlio di Saul, essendo entrambi opere sulla “fine del mondo”.

 

Sono due film sull’apocalisse. La Shoah, che è la cosa più orribile del XX secolo, e la fine della Mitteleuropa e dell’impero austroungarico, questo mosaico di popoli che va a disintegrarsi. In questo senso la fine del film è un omaggio a Stanley  Kubrick. Il suo Orizzonti di Gloria, sulla prima guerra mondiale sancisce la morte di tutte queste culture.

 

 

Ho apprezzato molto anche la sua definizione di Mitteleuropa nel cinema, un po’ alla Bela Tarr, alla Mundruczó, alla Jancso, con la camera che riproduce l’impressione di un caos controllato, non un caos superficiale che mostra semplicemente un disordine, ma un caos formalizzato.

 

E poi anche lo sfruttamento dello sfondo, che ovviamente non è più in questo caso il crematorio o le camere a gas ma un clima in cui regna la corruzione, la paura, un sentimento di inquietudine che si traduce in una visione un po’ deformata. Rivediamo la geniale trovata del primo film: non la visione della tragedia (in quel caso l’olocausto) in primo piamo ma quel clima.

 

Che qui è un universo di frustrazione, di tradimento, di crudeltà, rappresentato senza scivolare nella pornografia della violenza. Trovo che lui abbia una inventiva visuale straordinaria. Considero il cinema pura arte visuale e spesso, quando leggo delle recensioni, vedo molti commenti sulla storia, sul racconto, mi sembra di leggere la recensione di un romanzo.

 


 

Non si capisce mai se la pellicola è sotto o sovra esposta, se ci sono molte o poche inquadrature; si descrive il film come se si parlasse di un romanzo, se ne offre un giudizio politico, si confessa se ci si è annoiati o no.

 

La fine di questo film è un omaggio a Kubrick, al suo Orizzonti di Gloria. Anche Kubrick ha origini mitteleuropee e i suoi film sono spesso film di rottura storica.

 

Barry Lindon ad esempio si svolge nell’imminenza della rivoluzione francese. La data che appare alla fine è il 1789, il cambiamento del mondo come allora era conosciuto.

 

Orizzonti di Gloria, Odissea nello Spazio, sono tutti valichi di frontiera temporali. Come il Vietnam di Metal Jacket che rappresenta la fine di un’America trionfante.

 

Questo Tramonto è la fine dell’esperienza storica della Mitteleuropa, con Freud, un viennese, che nel 1930 scrive il suo Disagio della civiltà, a nove anni dallo scoppio della seconda guerra mondiale, per dimostrare che la pulsione di morte appartiene non solo all’individuo ma anche a un’intera cultura.”

 

C’è qualcosa di più contemporaneamente attuale?

 

 

 

Tutti i premi della Mostra di Venezia 2018

 

Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria: The Favourite di Yorgos Lanthimos

Leone d’Argento – Premio per la migliore regia: Jacques Audiard per The Sisters Brothers

Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile: William Dafoe per At eternity’s gate

Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Olivia Colman per The favourite

Premio per la migliore sceneggiatura: Joel ed Ethan Coen per La ballata di Buster Scruggs

Premio Speciale della Giuria: The nightingale di Jennifer Kent

Premio Marcello Mastroianni (giovane attore/attrice emergente): Baykali Ganambarr di The Nightingale

Miglior opera prima (scelta tra tutte le sezioni del Festival): The day I lost my shadow di Soudade Kaadan (Siria)

 

 

 

Venezia 75.ma Mostra del Cinema: Premi, sorprese e … (di V.B.)

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