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29/11/20 ore

Covid 19: il diritto alla salute nelle carceri sovraffollate



di Fabio Viglione

 

Le parole del Presidente della Repubblica, in risposta al recente appello da parte di detenuti del Nordest, non possono non invitare tutti ad una immediata presa di coscienza. Il tema delle “carceri sovraffollate e non sempre adeguate a garantire appieno i livelli di dignità umana», oggi si innesta all’interno della complicatissima gestione dell’emergenza epidemiologica. Ed è corretto partire proprio dai numeri. I più recenti rilevamenti – raccolti dal Garante Nazionale dei detenuti – ci segnalano la presenza, nelle strutture di reclusione, di oltre 59.000 detenuti, rispetto alla capienza regolamentare di meno di 51.000.

 

 

Nordest, non possono non invitare tutti ad una immediata presa di coscienza. Il tema delle “carceri sovraffollate e non sempre adeguate a garantire appieno i livelli di dignità umana», oggi si innesta all’interno della complicatissima gestione dell’emergenza epidemiologica. Ed è corretto partire proprio dai numeri. I più recenti rilevamenti – raccolti dal Garante Nazionale dei detenuti – ci segnalano la presenza, nelle strutture di reclusione, di oltre 59.000 detenuti, rispetto alla capienza regolamentare di meno di 51.000.

 

Non si tratta di uno “scarto” di poco momento, dovendo considerare la necessità di offrire il rispetto di spazi vitali adeguati come primo livello di praticabilità di una funzione costituzionale della sanzione. Uno spazio vitale che nutre di significato il concetto di dignità umana. Parliamo, sia chiaro, di circa 7 metri quadri da assicurare a ciascun detenuto, non di quanto talvolta si favoleggia da parte di chi ama attingere a rappresentazioni caricaturali  nella evocazione della esecuzione delle pene nel nostro Paese.

 

Peraltro, in alcuni penitenziari, il sovraffollamento raggiunge percentuali elevatissime. Non è possibile, dunque, accettare che il sovraffollamento dei penitenziari così come le diffuse criticità igienico sanitarie vengano vissute come la fisiologia di un luogo in cui, tutto sommato, le condizioni di normalità debbano considerarsi una fin troppo generosa concessione.

 

Certo, mi rendo conto che, si tratta, prima di tutto, di un approccio culturale. Un approccio nel quale se non si pone al centro l’uomo e la sua dignità si finisce per trattare queste questioni con grande superficialità. Ben a prescindere dalla funzione risocializzante della pena che ancora, a quanto pare, è presente nella nostra Costituzione. Troppe volte frasi come “bisogna buttare la chiave” o “deve marcire in galera” vengono pronunciate da interlocutori politici con i quali si è chiamati a fare i conti.

 

Interlocutori che spesso sembrano più interessati ad aumentare il numero dei “like” piuttosto che a trovare soluzioni che rischiano l’impopolarità. Siamo sempre alle solite: il tema delle carceri riguarda un numero esiguo di persone, è scivoloso, certamente relegabile a dibattiti di secondo piano e trafiletti. A ciò aggiungiamo una visione rigidamente “carcerocentrica” dei campioni del populismo che sono riusciti a saldare, nell’immaginario collettivo, il concetto di “certezza della pena” con quello di “più carcere.

 

Tentazioni neosicuritarie che sembrano sposarsi alla perfezione con un giustizialismo forcaiolo e muscolare che ha fatto palestra sui social network. Le più recenti riforme ne sono la plastica dimostrazione. A cominciare dalla ostatività per le pene alternative al carcere nei confronti dei condannati per una serie di reati contro la pubblica amministrazione.

 

Su questi temi, purtroppo, stiamo tornando indietro e l’informazione, nella sua gran parte, segue il sensazionalismo provocato dalla enfatizzazione di fatti di cronaca che sembrano dare conferma della impossibilità di prevenire e reprimere se non attraverso lunghe detenzioni carcerarie. In questo piano di semplificazione, quasi mai si offrono dati sulla recidiva in rapporto alle modalità di esecuzione. Proprio i dati che, al contrario, dovrebbero orientare le scelte e formare la sensibilità sul tema. In realtà numerosi studi dimostrano la minore incidenza di recidiva per chi sconta la pena con misure alternative al carcere.

 

Certo, al frastuono provocato dal delitto commesso da un condannato in espiazione alternativa si contrappone il silenzio di tante vite che si rimettono in carreggiata completando un percorso di reinserimento esterno. Ma questa, purtroppo, è storia antica. Oggi l’emergenza è rappresentata dalla necessità che vengano assicurate le condizioni indispensabili affinché nelle strutture carcerarie non si diffonda in modo esteso l’insidioso virus. Ora c’è un’emergenza nell’emergenza, ed è necessario agire presto anche a prescindere, a mio avviso, dalle singole visioni e concezioni in ordine alla sanzione penale. Dalla sua funzione alle ricadute sulla comunità. I dibattiti potranno essere ripresi quando si ritornerà alla normalità.

 

 

Adesso credo sia necessario ampliare gli spazi disponibili all’interno delle strutture per avere la possibilità, in concreto, di isolare le persone consentendogli di essere opportunamente distanziate.  Ad oggi, le misure previste dal Governo non sembrano sufficientemente adeguate a fronteggiare l’emergenza. Il decreto incide solo sulla posizione dei detenuti chiamati a scontare un residuo pena di diciotto mesi e prevede l’utilizzo degli strumenti di controllo a distanza (braccialetto elettronico) per la sanzione domiciliare.

 

In questo senso, molte perplessità persistono se solo guardiamo alle difficoltà che da tempo si sono manifestate in ordine alle disponibilità degli apparati elettronici di controllo a distanza. Vincolare la detenzione domiciliare alla disponibilità del braccialetto elettronico significa rischiare concretamente l’inapplicabilità della misura. Quanto meno nell’immediato. È fin troppo evidente come i tempi con i quali si diffonde il virus ben potrebbero essere incompatibili con quelli di effettivo reperimento degli strumenti elettronici.  Spero vengano ascoltate le sollecitazioni che da più parti stanno pervenendo al Governo, dalla magistratura, dall’avvocatura, dal mondo accademico, per affrontare in modo più efficace e rapido l’emergenza.

 

Proprio l’Unione delle Camere Penali, ha da tempo molto opportunamente proposto una serie di interventi specifici e urgenti. Ma sembra ci sia una titubanza e un silenzio troppo prolungato. Il tempo scorre. C’è, poi, da augurarsi che si mettano da parte al più presto le vocazioni alla demagogia che già stanno facendo pervenire la melodia di antichi refrain, all’indomani dell’annunciato decreto. Servono provvedimenti immediati ed efficaci per assicurare il piano di prevenzione. Anche per evitare che si intervenga in ritardo in una situazione non più gestibile neanche per gli operatori sanitari.

 

Parliamo di un problema che riguarda, come è evidente, anche la tutela di tutto il personale impegnato quotidianamente all’interno delle strutture. Ed è proprio guardando ai diritti in generale ed al diritto alla salute, collettiva e individuale, che non possiamo mai dimenticare un principio di fondo. Un principio ben presente anche nelle parole inequivoche e puntuali del Presidente della Repubblica.

 

La condizione che caratterizza lo status di detenuto comporta sì la perdita della sua libertà ma non può mai limitare il suo diritto alla salute. Meno che mai la sua dignità. Ed allora, in questi giorni, in piena emergenza sanitaria, guardiamo a loro come esseri umani, riconoscendogli quel diritto alla salute che può concretamente essere tutelato nella nostra democrazia solo se inscindibilmente saldato al principio di uguaglianza.

 

 


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