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26/05/19 ore

Il Kosmet (Kosovo) nel 2012: tra passato triste e futuro incerto



Nella rubrica Libera Uscita di Quaderni Radicali 108 Katarina Lazic fornisce un’interessante radiografia della pace in Kosmet (Kossovo), osservando come si stanno muovendo la Nato, l’Unmik (United Nations Interim Administration Mission in Kosovo, l'amministrazione provvisoria da parte dell’Onu della provincia serba del Kosovo) e l’Eulex (European Union Rule of Law Mission in Kosovo, missione con cui l’Unione europea intendeva aiutare costruire uno Stato di diritto) e chi comanda fra gli albanesi kosovari; di quali violazioni di diritti si parla, e quali ripercussioni regionali e al livello internazionale ci possiamo aspettare…

 


 

di Katarina Lazic

 

Nei Balcani le terapie d’emergenza non funzionano. Perché il malato è cronico...A quanto pare nessun occidentale vede in quello spicchio di Europa minore sufficienti ragioni per impegnarvisi a fondo con sostanza. No, i Balcani non sono l’alfa e l’omega della geopolitica globale. Salvo quando decidiamo di prenderli tali. È accaduto negli anni Novanta. Per una vita basta.

 

…rimane una questione irrisolta: verso cosa andiamo nei Balcani e in Europa? Se è arrivato il momento, come dice lo slogan del partito di Nuova alleanza per il Kosovo, di costruire un nuovo Kosovo, adesso dobbiamo pensare a quale Kosmet vuole costruire l’Europa, a come sono state gestite le instabilità delle periferie europee: costruendo i protettorati ed altre forme di ‘patronage’, o sperimentando la tattica “taglia e incolla”?

 

IL FRONTE SERBO

 

Il Kosmet, come spesso si sente dire, è “la parola più cara in lingua serba”, ma in Serbia nel 2012 è diventata la parola che non si può più pronunciare perché fa troppo male: si vuole andare avanti con o senza il Kosmet. Il senso di umiliazione, provocato prima di tutto dal comportamento ambiguo dell’Unione europea, è stato ammorbidito dal silenzio. Resiste solo una speranza confermata tante volte nella storia serba dalle parole: tanto non è più il territorio nostro, ma si sa, se non oggi e non domani, un giorno sarà nostro di nuovo e l’Europa vedrà di nuovo la bellezza dei nostri monasteri e capirà che anche noi ne facciamo parte.

 

Dopo il Kosmet, l’europeizzazione dei Balcani sembra più lontana, mentre la balcanizzazione della Serbia sembra inevitabile. Questo è un fine geopolitico chiaro che può essere tradotto in obiettivi strategici. Il Kosmet nel 2012 è storicamente serbo, etnicamente albanese, economicamente europeo e geopoliticamente americano. Ma solo per i serbi perderlo significa perdere sé stessi. Rispondere con il silenzio comunque è una risposta.

 

Il Kosmet era la sfida che ha toccato ogni generazione serba forse proprio per fare i conti con la storia finalmente, invece di nutrirsi di questa senza mai capirla bene. Per far parte dell’Europa i serbi più che mai hanno bisogno della loro identità e cioè del Kosmet. C’erano però quelli in Serbia che hanno saputo sfruttare il Kosmet per le proprie ambizioni.

 

Il grande vuoto lasciato dall’ideologia comunista doveva in qualche modo essere riempito. Milošević riuscì a creare un grande consenso di massa risvegliando il mito del Kosmet come terra sacra serba e mobilitando per questo scopo ogni settore della società. Inoltre, giocò sullo stato d’animo di esasperazione della comunità serba del Kosmet3 presentandosi come espressione della forza e della sicurezza.

 

A Rambouillet Milošević ha deciso di non venire e ha mandato una delegazione etnicamente mista (cosiddetta “delegazione arcobaleno”) che non aveva nessun peso politico e che si è comportata in maniera poco coerente. Ha rifiutato di negoziare con l’Uçk, che in quel momento aveva tutto il potere in Kosmet, dunque, de facto doveva far parte dei negoziati (Milošević durante i negoziati ha anche chiesto all’Interpol di arrestare Thaçi, il capo della delegazione albanese). La delegazione serba, inoltre, non ha firmato l’ “Annesso B”, un documento già firmato a Dayton nel 19954, facilitando così il fallimento dei negoziati.

 

Sembra che anche lo stesso Milošević volesse l’intervento della Nato. Forse proprio per evitare un vero suicidio politico. Era convinto che un attacco Nato breve e leggero gli avrebbe fornito l’alibi sia all’estero che nella Serbia stessa. Ha fatto male i calcoli, perché dopo l’intervento Nato divenne sempre più impopolare. Insieme alla dirigenza serba dell’epoca non perse i territori serbi, ma portò il paese all’isolamento. Giocando con l’orgoglio nazionale e con l’idea del “coraggioso” popolo serbo che si sacrifica per la sua terra santa è caduto in trappola. Ha lasciato che venisse punito l’intero popolo serbo (il suo popolo che teneva in ostaggio da più di un decennio). Ha firmato un contratto con il nazionalismo usandolo come via per ottenere il potere e le guerre gli sono servite per allontanare tutti i suoi nemici dalla scena politica serba. Conseguenza della sua tattica disastrosa è stata una Serbia in condizioni economiche pietose e in ogni caso con un una situazione ugualmente complessa nella provincia del Kosmet.

 

La Serbia però adesso è la parte debole in tutti i negoziati che riguardano il Kosmet in quanto ha perso la credibilità a livello internazionale, naturalmente anche grazie alla classe dirigente che ha ereditato Milošević…

 

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