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15/10/19 ore

POESÌ di Rino Mele. Il tempo riflesso in uno specchio



Un dramma, la nostra incerta e sempre obliqua comunicazione. L’uso distorto della parola, la continua perdita di senso dei nostri discorsi, la devastante cerimoniosa ambiguità. Intanto, il presente è scomparso (o mai apparso) nel tempo del nostro orizzonte.

  

 

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POESÌ di Rino Mele

 

Il tempo riflesso in uno specchio

 

Due mani si toccano raggiungono
con le dita le pensate figure di un gioco, la rosa fitta di petali,

le curve onde dell'abside, lo steccato
dell'altra mano, la barca (e sono il pollice e l'indice a mostrarne

la carena e la rena).
Il gioco continua e sorprende,

le dita ruotano, i due giocatori oppongono
figure astratte difficili da comprendere, lievi come il pensiero

quando si pensa pensato, e col suo peso

il corpo è per un attimo lontano: le mani chiedono di costruire una

foresta 
di mobili dita, messe a contrasto

per comunicare. Sullo sfondo della parete o del foglio

come fosse tornata dall'ombra, una donna

(che una matita s'ostina a cancellare)

ripete il nostro nome, sorride:

c’è un corridoio, o un ponte da attraversare - la linea di un filo sottile

tra le due mani - la donna

vestita di scuro col lume spento

rimane ad aspettare. Solo lei conosce l’inganno alla sua attesa,

il richiamo che continua a mandare

al nostro distratto guardare.
Nelle dita che ora s'attorcono, l'enigma riappare.

Non esiste nessuno stabile presente: solo vortici di un passato

in cui tutto continua a precipitare,

ci sperdiamo, urtando contro il muso di un cane che azzanna

orrido, a ricordarci lo scandalo

tormentoso di nascere: quando, disorientati, lenta-

mente scivolammo ignari

verso il linguaggio, ne restammo prigionieri, impediti.

Non conosciamo - se non quando diventa

pietra nel cuore di un altro - il senso

del nostro parlare: come il movimento del nostro piede,

improvvisamente 

fermo, rovesciato nell’inciampare.

Così le parole, che nascondono il pensiero, l'eterna peripezia

in cui ci sperdiamo con la certezza

di nasconderci, negando il nostro nome: negava

il suo, Pietro davanti al fuoco,nella notte

in cui Cristo era percosso prima d’essere portato al Sinedrio.

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

  

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