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23/10/19 ore

POESÌ di Rino Mele. La scomparsa di passeri e usignoli



L’ultimo numero di “Internazionale”, ancora in edicola, riporta da “The New York Times” un lungo articolo di Brooke Jarvis, dal titolo, Un mondo senza insetti. Eccone un breve passaggio: “L’estinzione è una tragedia profonda, che tutti possono comprendere. Non c’è modo di tornare indietro. La colpa di aver fatto scomparire una specie unica al mondo è eterna”.

 

 

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POESÌ di Rino Mele

 

 

La scomparsa di passeri e usignoli

 

Nelle onde alte d’insetti trasformano la vita appena predata

piccoli uccelli.

L'animale per l'uomo è solo quello servile che gli vive

accanto, l'altro nella ferocia

e nella grazia

è la bestia che non sa ricordare, la tenebra. Joseph K,

sempre lui, gira sulla giostra che altri gli apprestano, il processo,

la condanna cui non sfugge. Una stanza nell'altra. Diventa

un cane

che qualcuno bastona, l'ape che una mano schiaccia, la capra

sottratta al pastore. La fine

è terribile,

come un triangolo che lo stesso angolo

ripeta,

disperata, un’immagine nascosta,

la sovrapposta ansia di due figure, la vittima che nel suo sangue

scompare.

"Come un cane"

dice Joseph K morendo “e fu come se la vergogna dovesse

sopravvivergli”.

Ogni notte si spezza il legame diurno, la legge,

il fragile predisporsi di sillogismi, la prospettiva riconosciuta: tornano a

parlati i morti

mai usciti dalla loro vita, gridano dolcemente in stanze barocche

immense 

senza porte e finestre, come piazze interne, non puoi chiedere a

nessuno, ognuno

è impegnato a parlare ad altri senza farsi ascoltare, ti accorgi

che non hanno orecchie, né bocca, solo occhi larghi a scrutare (eppure

li senti parlare).

Una volta svegli, mostriamo il nostro volto nel frammento

della voce, nel respiro

medicato, l'iniziale ripetizione della stessa sillaba, drammatico rapporto

tra due attori che non si conoscono, il pensiero (una pianura

bianca)

e la parola col suo inganno. L'ape esprime la necessità della specie,

ripete la danza, la curva

che solo conosce, di ritorno all'alveare. Noi osiamo parlare, con

individuale superbia,

costruendo nuovi e connessi labirinti, inaccessibili e aperti.

  

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

  

 

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