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17/08/19 ore

POESÌ di Rino Mele. Il passato remoto in cui naufraga Leopardi



Oggi, 18 gennaio, “Venerdì di Repubblica” dedica la copertina all'autografo de L'infinitodi Leopardi. Nelle prime pagine, scritti di Franco Cordelli, Franco Marcoaldi, Alfonso Berardinelli, Eraldo Affinati. Mi piace ricordare, del 2001 (edizioni dell'Arancio), un davvero prezioso libro sull'Infinito, dal titolo interno al testo analizzato, Interminati spazi sovrumani silenzi a cura di Vincenzo Guarracino. Centocinquanta critici ne sono il coro luminoso. Tra i nomi antologizzati, come non ricordare Giorgio Agamben (Memoria e ripetizione), Salvatore Battaglia (Ambiguità e disponibilità dell'espressione poetica), Jurij Michailovic Lotman (Lo spazio come oggetto di rappresentazione) e Pavese, con Figure d'Infinito, appena un frammento. Questo 2019 segna duecento anni da quando, a ventun anni, Leopardi scrisse L’infinito.

 

 

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POESÌ di Rino Mele

 

 

Il passato remoto in cui naufraga Leopardi

 

“Cane di notte dal casolare” inizia lo Zibaldone. Anche L'infinito

è notturno, tutto è già accaduto in quei dirupi, il sonno che spinge fuori

dai corridoi stellari dei fantasmi, le pietre

strette

nelle loro mani, le bocche fresche di terra.

Due anni dopo, a ventun anni, come un acrobata che ricordi la caduta,

schiacciato nel cerchio dell'arena,

scrive L'infinito.

Che tutto sia già accaduto lo dice subito,

con il pugnale del verbo, infisso dopo i primi tre passi di danza

all'indietro, sul burrone,

l'avverbio, l'aggettivo, il pronome.

“Sempre caro mi”, quanta musicalità vana, il prodigio che Petrarca gli

presta e lui accetta, nel rondò del dolore. Poi il verbo, che scava

un passato consumato, subito Leopardi ne fugge,

quel "fu" è dimenticato. La fuga notturna,

quel colle ermo sceso di notte a spezzarsi il fiato, le pietre che non vede

e in cui inciampa, la siepe.

Guardava oltre l'orlo dei tetti e toccava le dita dell'altra mano,

gli sembrava gridassero, il suo corpo

- rannicchiato sui libri -

lo immaginava lontano, capace di vedersi dall'alto

(la prospettiva d'un uccello)

aggrappato a un piccolo tavolo, a guardare il cielo.

Apriva le mani e le poneva davanti agli occhi, a impedirsi quella felicità,

la vibrazione del volo. Ripeté

quel suono

nella sua mente, si vide lontano dalla fredda stanza, aveva le

ginocchia sulla sedia,

sopravanzando i libri vedeva il monte,

il cielo come una carta sottile, cilestrina.

Era quel suo corpo distorto a permettergli di vedere oltre se stesso e

a impedirglielo. Il finito e l'infinito nei suoi occhi, che premeva

fino a farsi male.

Scrisse la parola "Sempre". E sembrò fermarsi. Nella grafia

stretta, un po' curva verso destra, sentì

la feroce distanza da sua madre, l’estraneità del padre,

aggiunse "caro", il pronome "mi". Sempre caro mi fu quest'ermo colle

il primo verso. Allontanò tutto

nel passato del verbo essere, il suo morire in un verbo.

 

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

 

 

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